Il 1° Maggio, giornata simbolo dei lavoratori, è stato approvato dal Consiglio dei ministri il decreto lavoro che ha introdotto uno speciale bonus una tantum rivolto ai lavoratori assunti con contratto a tempo determinato che non vengono stabilizzati dall’azienda.

Il Decreto lavoro si prefigge l’obiettivo di cambiare le regole per i contratti a tempo determinato rendendolo più semplice per le aziende prorogarli fino alla scadenza di 24 mesi.

Nel frattempo, per tutelare coloro che dopo un’esperienza di 24 mesi (o anche inferiore) non vengono confermati dall’azienda viene introdotto un apposito bonus del valore di 500 euro da corrispondere alla scadenza del rapporto di lavoro.

Con il Decreto lavoro approvato il 1 maggio il Consiglio dei ministri rivede le regole del decreto dignità emanato dal governo Conte,  favorendo la sottoscrizione di contratti a tempo determinato più lunghi, dando così alle aziende maggior tempo per valutare se stabilizzare l’assunzione.

Ciò avviene modificando le causali che consentono la prosecuzione del rapporto di lavoro dopo i 12 mesi. Nel dettaglio, viene stabilito che il rinnovo è consentito in presenza di una delle tre condizioni:

  • nei casi previsti dai contratti collettivi nazionali, territoriali o aziendali stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale e dai contratti collettivi aziendali stipulati dalle loro rappresentanze sindacali aziendali (rsa) ovvero dalla rappresentanza sindacale unitaria (rsu);
  • in assenza di un accordo collettivo di cui al precedente punto a), e comunque entro il 31 dicembre 2024, per esigenze tecniche, organizzative e produttive individuate dalle parti;
  • per sostituzione di altri lavoratori.

In presenza di uno dei succitati punti, quindi, il rapporto di lavoro può proseguire fino a 24 mensilità. Quindi viene dato sia al datore di lavoro che al dipendente, viene una maggiore autonomia nel valutare se e come proseguire il rapporto di lavoro dopo il termine di 12 mesi.

Caratteristiche del bonus

L’obiettivo è di fare in modo che l’azienda sia incentivata a tenere il lavoratore almeno un anno in più, così poi da poterlo stabilizzare, avendo valutato le proprie capacità. A tal proposito, dovrebbe essere previsto anche un “paracadute” per quei dipendenti che nonostante un rapporto di lavoro di 24 mesi non vengono poi confermati in azienda.

Nell’ultima bozza del Decreto lavoro è comparso questo bonus del valore massimo di 500 euro destinato dal lavoratore che al termine della durata del contratto a termine non viene assunto a tempo indeterminato. Bonus di cui molto probabilmente dovrà farsi carico dell’azienda, mentre lo Stato continuerà a finanziare la Naspi.

Ad avere diritto al bonus sarebbero anche i dipendenti a tempo determinato da un periodo inferiore ai 24 mesi. In tal caso, ossia se alla scadenza del contratto non ci sarà la trasformazione a tempo indeterminato, spetterà comunque un’indennità una tantum ma l’importo sarà commisurato alla durata del rapporto. È presumibile pensare, quindi, che se la scadenza avviene dopo 12 mesi l’importo dell’indennità sarà di 250 euro.

Nuova riunione della banca centrale europea e puntualmente, come già previsto, ulteriore aumento dei tassi di interesse.

L’istituto di Francoforte ha incrementato i tassi di 25 punti base, e secondo le indicazioni di Cristine Lagarde, anche il mese di giugno porterà con se un ulteriore aumento dello stesso peso. L’aumento dei tassi di deposito, sui quali sono ancorati anche gli indici Euribor che interessano i mutui a tasso variabile, arriva alla percentuale del 3,25%, dopo l’incremento del 16 marzo scorso di 50 punti base.

Il rialzo complessivo negli ultimi dieci mesi è stato del 3,75% considerando che lo stesso indice, meno di un anno fa, viaggiava al -0,50%. L’aumento dei tassi di interesse è una conseguenza dell’alta inflazione che come ha già dichiarato la Lagarde, continueranno fino a quando non si avrà una sostanziale diminuzione dell’inflazione.

Dopo l’ulteriore aumento dei tassi cosa fare?

Un’eventuale mancata diminuzione dell’inflazione farebbe continuare l’aumento dei tassi di interesse. Secondo quanto ha affermato la presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, non sono previste pause a breve nell’ascesa dei tassi che saranno “portati a livelli sufficientemente restrittivi per ottenere un tempestivo ritorno dell’inflazione all’obiettivo di medio periodo del 2 per cento”. Ciò che emerge nella politica monetaria di Francoforte è che gli incrementi dei tassi finora non hanno sortito l’effetto desiderato. I riflessi finanziari sull’economia reale arrivano con ritardo e comportano incertezza, anche sul mercato dei mutui.

Tasso fisso o variabile?

Per effetto degli ulteriori rialzi dei tassi di interesse, la palla passa ai mutuatari che stanno pagando il prezzo maggiore degli aumenti. Innanzitutto, bisogna distinguere da chi ha già un mutuo e chi invece sta decidendo di comprare casa. La buona notizia per chi ha già un mutuo a tasso variabile è che già nei primi mesi del 2024 la curva dei tassi si attende in discesa e di conseguenza si avrà un calo immediato della rata. Mentre chi vuole accendere un mutuo nei mesi correnti la scelta è più orientata per un fisso, attualmente più basso del variabile, a meno che non si scelga un’orizzonte temporale lungo (ad esempio 30 anni) e quindi potrebbe orientare la scelta su un variabile, scommettendo su un calo dei tassi per poi bloccarlo a tasso fisso una volta raggiunto un livello ragionevolmente basso.

Opzione surroga mutuo, quando conviene farla?

In ogni caso, chi oggi ha il mutuo a tasso variabile può optare per la surroga dello stesso, scegliendo una rata più bassa tra le offerte più convenienti sul mercato. Attualmente, il tasso variabile supera il 4 per cento, ma si può optare di cambiare banca scegliendone una che offra tassi fissi al 3,3 o 3,5 per cento sul medio e lungo periodo. In tal caso, cambiare mutuo potrebbe servire sia a risparmiare che a prevenire eventuali eventi al momento non prevedibili.

Con quasi cinque mesi di ritardo, finalmente è stato pubblicato il decreto attuativo che rende operativa la carta risparmio spesa 2023, che sarà disponibile solo dal mese di luglio.

Consiste in un’agevolazione destinata a tutte le famiglie che causa l’inflazione e l’aumento repentino ed eccezionale dei tassi di interesse, si trovano in grave disagio economico.

La carta risparmio spesa consente di ottenere più di 380 euro da spendere presso i punti vendita aderenti all’iniziativa per l’effettuazione della spesa alimentare e per l’acquisto di prodotti di prima necessità.

E’ stata introdotta dall’ultima Legge di Bilancio del Governo Meloni e finalmente nei giorni scorsi è stato emanato il decreto attuativo.

Mentre nel periodo di pandemia c’erano a disposizione numerosi buoni spesa erogati dai Comuni italiani, ad oggi sarà possibile richiedere la carta risparmio spesa per combattere l’inflazione e la crisi economica attuale.

Ma solo alcune famiglie hanno diritto a questa nuova agevolazione: la carta risparmio spesa spetta, in primis, alle famiglie con almeno tre componenti e che possiedano un reddito al di sotto della soglia fissata dal decreto attuativo. Se ci saranno risorse in eccesso, anche le famiglie con meno di tre componenti e con un reddito basso potranno ottenere questo nuovo incentivo.

Come riporta il decreto attuativo firmato dai ministri competenti – e in attesa di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale – sono due i requisiti fondamentali da soddisfare per ottenere la carta risparmio spesa:

  • l’iscrizione di tutti i componenti del nucleo familiare presso l’Anagrafe della Popolazione Residente;

  • il possesso di un ISEE non superiore a 15.000 euro all’anno.

L’erogazione della carta risparmia spesa avverrà dai Comuni – così come avveniva per i buoni spesa – e la suddivisione delle risorse a disposizione seguirà due direttrici:

  • da un lato il numero dei residenti presso il Comune stesso,

  • dall’altro lato il rapporto tra reddito pro capite medio nazionale e quello del Comune medesimo.

Stando a quanto riporta il decreto attuativo, pare che la carta risparmio spesa non possa essere erogata a coloro che sono titolari di altre forme di sostegno al reddito quali: Reddito di Cittadinanza, CIG, Naspi o DIS-COLL, Indennità di Mobilità, Fondo di solidarietà per l’integrazione al reddito, o qualsiasi altra forma di integrazione salariale.

A disposizione dei cittadini ci sono 500 milioni di euro, che saranno distribuiti con 1.300.000 Postepay ciascuna con importo pari a 382,50 euro.

Ciò significa che ciascuna famiglia beneficiaria potrà ottenere più di 380 euro da spendere presso i punti vendita aderenti all’iniziativa, esclusivamente per l’acquisto di generi alimentari e prodotti di prima necessità.

La priorità nell’assegnazione della carta risparmio spesa seguirà alcuni criteri:

  • famiglia con almeno 3 componenti – di cui uno nati entro il 31 dicembre 2009 – e con un ISEE inferiore a 15.000 euro all’anno;

  • famiglia con almeno 3 componenti – di cui uno nati entro il 31 dicembre 2005 – e con un ISEE inferiore a 15.000 euro all’anno;

  • famiglie composte da non meno di 3 componenti e con un ISEE inferiore a 15.000 euro all’anno.

Se vi saranno ulteriori risorse a disposizione si potrà procedere con l’erogazione delle carte anche ai nuclei familiari composti da meno di tre persone.

A partire dal mese di luglio 2023, le famiglie aventi diritto riceveranno la carta risparmio spesa direttamente a casa, sotto forma di carta Postepay: il primo pagamento da parte dei beneficiari, per non perdere l’agevolazione, deve essere effettuato entro il 15 settembre 2023.

Si potrà quindi recarsi presso i punti vendita aderenti all’interno del proprio Comune – l’apposita lista dovrà essere pubblicata sul sito web dell’amministrazione comunale – per acquistare beni di prima necessità, esclusi gli alcolici.

Il beneficio spetta una tantum, ovvero una sola volta per ciascuna famiglia senza necessità di inviare alcune richiesta per avere il beneficio.

Non occorre presentare alcuna domanda per ottenere la carta risparmio spesa: grazie a uno scambio di informazioni e dati tra INPS e i Comuni di residenza, le famiglie riceveranno direttamente a casa la carta risparmio spesa, qualora ne abbiamo diritto.

Per poter ottenere la carta, però, occorre richiedere la DSU ai fini del calcolo dell’ISEE: solo così l’Istituto sarà in grado di definire quali sono i nuclei familiari beneficiari di questa nuova agevolazione.

Il sindacato dei lavoratori del settore pubblico tedesco ha concluso un importante accordo salariale con il governo, ponendo fine a una controversia di mesi che ha provocato numero scioperi e paralizzato i trasporti in Germania.

L’accordo, siglato il 22 aprile dal ministro dell’Interno Nancy Faeser e dal sindacato Ver.di (Vereinte Dienstleistungsgewerkschaft, Unione dei sindacati del settore dei servizi), si applicherà a circa 2,5 milioni di lavoratori del settore pubblico: ogni addetto riceverà 3mila euro esentasse da qui al febbraio 2024 quale contributo una tantum per compensare l’inflazione, ha spiegato il ministero in una nota. Il primo versamento di 1.240 avverrà a giugno. Da marzo 2024, gli stipendi aumenteranno di 200 euro al mese, e in una seconda fase ci sarà un aumento del 5,5 per cento. L’accordo avrà una durata di due anni.

Ver.di, il secondo sindacato più grande della Germania dopo l’IG Metall, forte di oltre due milioni di iscritti, puntava ad un incremento salariale del 10,5%, ed ha annunciato l’avvio di un sondaggio tra i suoi membri con la Commissione salari, che prenderà una decisione definitiva il 15 maggio prossimo. Con il via libera a questo accordo di compromesso “abbiamo raggiunto la nostra soglia del dolore”, ha spiegato il leader di Ver.di, Frank Werneke.

L’impennata del costo della vita quest’anno ha portato ad alcuni degli scioperi tedeschi più estesi e partecipati degli ultimi decenni. Nel corso del 2022 i prezzi al consumo in Germania sono aumentati del 9,6%, negli ultimi mesi in Germania si è avuto un considerevole calo dei prezzi al consumo dopo che la crisi energetica di questo inverno si è rivelata meno pesante del previsto, e i problemi della catena di approvvigionamento si sono attenuati. “Questo accordo porta un notevole sollievo ai dipendenti. I pagamenti esentasse appariranno rapidamente nei portafogli”, ha sottolineato il ministro dell’Interno Nancy Faeser.

Ed in Italia che si fa? quando i sindacati che dovrebbero stare al fianco dei lavoratori si siederanno al tavolo con il governo?

Ed aggiungo, l’aumento delle buste paga non può prescindere dal calo dell’imposizione fiscale, che, già avviata dal governo con il taglio del cuneo fiscale fino al 5%, deve continuare a scendere per far si che restino maggiori risorse nelle tasche degli italiani, per garantire una ripresa dei consumi ed una ripresa degli investimenti.

Famiglie italiane e animali domestici è sempre stato un connubbio presente nella storia italiana. Gli amici a quattro zampe hanno sin da sempre avuto un compito fondamentale che sia solo di compagnia o terapeutico come nel caso dei non vedenti. Secondo uno studio di Altroconsumo è emerso che sono circa 62 milioni gli animali a quattro zampe ospitati nelle case degli italiani.

Secondo una ricerca condotta da Eurispes nel 2022 mostra che il 44,7% degli italiani possiede un cane, mentre il 35,4% ha un gatto.

E in un periodo storico nel quale ogni costo ha subito un aumento importante, il governo aveva proposto, a dicembre 2022 un bonus che andava dai 150 euro ai 900 euro in base all’indicatore ISEE, per cercare di calmierare almeno in parte le spese veterinarie dei nostri amici animali. Analizzando le spese delle famiglie italiane, chi possiede un cane arriva a spendere circa 1.500 euro all’anno, di cui 340 euro sono per spese veterinarie. Per i gatti, invece, le spese sono inferiori: 1.200 euro annui, di cui 200 euro di spese mediche.

Durante la stesura della Legge di Bilancio 2023 era stato proposto un Bonus animali domestici che consisteva in un incentivo economico annuale di 150 euro, che poteva arrivare fino a 900 euro in base all’ISEE del richiedente e al numero di animali.

Tale aiuto prevedeva l’erogazione di 150 euro annuali per ciascun animale posseduto dalla famiglia, per un massimo di tre. Pertanto, l’incentivo poteva arrivare a 450 euro.

Il Bonus animale sarebbe potuto essere richiesto all’INPS da tutti coloro in possesso di un ISEE non superiore a 15.000 euro e in possesso di un animale domestico iscritto all’anagrafe.

Invece, per le famiglie con ISEE inferiore a 7.000 euro, l’importo sarebbe raddoppiato, passando da un minimo di 300 euro (per un animale) a un massimo di 900 euro. Purtroppo, però, per mancanza di fondi, in quanto ben 22 miliardi sono stati stanziati per  il bonus luce e gas, l’emendamento non è stato inserito nella manovra di bilancio. Ma il governo Meloni ha rassicurato le famiglie comunicando che tale aiuto riverrà proposto quando ci saranno le risorse necessarie alla copertura.

Ad oggi quindi l’unico aiuto resta la detrazione fiscale del 19% sulle spese veterinarie necessarie a garantire la buona salute degli animali a quattro zampe, cani o gatti.

Il limite di spesa su cui si può calcolare la detrazione è di 550 euro. Inoltre, si tratta di una soglia annuale, indipendentemente dal numero di animali posseduti e dalla quantità di spese sostenute.

Come funziona il Bonus animali domestici?

Trattandosi di una detrazione fiscale, il Bonus animali domestici viene ottenuto in fase di dichiarazione dei redditi, comunicando all’Agenzia delle Entrate tutte le spese veterinarie svolte per la cura del proprio animale a quattro zampe.

La soglia massima come già detto è pari a 550 euro, al cui interno è presente la franchigia minima di 129,11 euro. Questo significa che, se le spese sono inferiori a 129,11 euro, allora non è possibile ottenere il Bonus animali domestici.

La franchigia è un limite minimo sotto il quale il bonus non può essere calcolato. In altre parole, sotto questa cifra di spesa non è prevista alcuna detrazione. Pertanto, soltanto superando i 129,11 euro è possibile calcolare la detrazione del 19%.

Analizzando i  numeri, se una famiglia ha sostenuto 500 euro di spese veterinarie, allora deve sottrarre al totale la franchigia (500-129,11). Alla differenza ottenuta deve, quindi, calcolare il 19% che equivale al rimborso che potrà ottenere. Il risultato sarà quindi uguale a (500-129,11)x19%, ovvero 70,46 euro.

Bonus animali domestici spese detraibiliLa detrazione del 19% può essere calcolata solo per le spese veterinarie che riguardano:

  • visite specialistiche;
  • esami in laboratorio;
  • interventi di chirurgia;
  • acquisto di farmaci prescritti.

Bonus animali domestici: come richiederlo?

Bonus animali domestici come richiederloPer ottenere il Bonus animali domestici, le persone che sostengono le spese veterinarie devono indicarle nella loro dichiarazione dei redditi, tramite il modello della dichiarazione dei redditi.

Tale detrazione può essere richiesta dai cittadini italiani o con permesso di soggiorno, senza soglie di ISEE. Inoltre, una volta ottenuto il credito d’imposta, esso può essere utilizzato per compensare le imposte dovute.

Documenti necessari

documenti a sostegno delle spese veterinarie devono essere allegati alla dichiarazione dei redditi. In particolare, essi sono diversi a seconda che l’animale domestico sia un cane o un gatto.

Se si richiede il Bonus per un cane, quest’ultimo deve essere:

  • provvisto di microchip;
  • iscritto all’Anagrafe Canina, consultabile in questo link.

Invece, se il proprio animale è un gatto, non essendo obbligatorio il microchip, occorre dimostrare la proprietà con una ricevuta d’acquisto dell’animale.

Per accedere al Bonus Animali Domestici, le spese veterinarie devono essere riportate sulla dichiarazione dei redditi. Queste, inoltre, devono essere documentate da pagamenti tracciabili o verificati.

Infatti, i pagamenti per le spese sostenute devono essere:

  • tracciabili, cioè effettuati tramite bonifici bancari o postali, carte di debito, carte di credito, assegni bancari o circolari;
  • verificati per mezzo di una fattura fiscale (o ricevuta parlante). Questa deve riportare il codice fiscale dell’acquirente e la descrizione di ciò che è stato acquistato.

Nuovo bonus a sostegno dei dipendenti che hanno perso il lavoro e che si trovano in grave difficoltà economiche!

Il Sostegno al Reddito, chiamato anche bonus SaR 2023 o bonus disoccupati, è un’indennità fino a 1.000 euro per i lavoratori che hanno avuto contratti in somministrazione a tempo determinato o indeterminato, anche in apprendistato, e che ora sono disoccupati.

Chi può beneficiarne?

I beneficiari del bonus SaR 2023, o bonus disoccupati 1.000 euro, sono tutti i lavoratori precedentemente assunti con uno o più contratti in somministrazione a tempo determinato o indeterminato, anche in apprendistato, che ora si trovano in uno stato di disoccupazione.

Questo contratto prevede che il lavoratore sia assunto e retribuito dal somministratore per svolgere il proprio lavoro presso l’azienda o impresa dell’utilizzatore. Il contratto in somministrazione è un rapporto di lavoro che ha tre soggetti: l’agenzia per il lavoro (somministratore), il datore di lavoro (utilizzatore) e il lavoratore (somministrato).

Quali requisiti?

Per poter beneficiare del bonus in oggetto si deve essere in possesso di uno dei seguenti requisiti:

  1. essere disoccupati da almeno 45 giorni e aver maturato almeno 110 giorni di lavoro oppure 440 ore lavorate, in caso di part-time verticale, part-time misto e contratti con Monte Ore Garantito – MOG), negli ultimi 12 mesi dalla data dall’ultimo giorno effettivo di lavoro in somministrazione;
  2. essere disoccupati da almeno 45 giorni e aver concluso la procedura in mancanza di occasioni di lavoro;
  3. essere disoccupati da almeno 45 giorni e aver maturato almeno 90 giorni di lavoro (o 360 ore lavorate, in caso di part-time verticale, part-time misto e contratti con Monte Ore Garantito – MOG), negli ultimi 12 mesi dalla data dall’ultimo giorno effettivo di lavoro in somministrazione.

La domanda online del bonus SaR 2023 fino a 1.000 euro, o sostegno al reddito può essere presentata anche se già percepito precedentemente.

L’importo del bonus SAR 2023 è pari a:

  • 1.000 € al lordo delle imposte previste dalla legge, per chi ha i requisiti del punto 1 o 2;
  • 780 € al lordo delle imposte previste dalla legge, per chi ha i requisiti del punto 3.

Come e quando richiedere il Bonus SAR

Una volta che il beneficiario è disoccupato da almeno 45 giorni, deve attendere almeno altri 60 giorni prima di poter presentare la domanda di sostegno al reddito e, da quel momento, ne ha a disposizione altri 68 entro i quali inviarla.

La domanda, quindi, deve essere presentata tra il 106° e il 173° giorno successivo all’ultimo rapporto di lavoro in somministrazione.

Solo dopo aver maturato il requisito dei 45 giorni di disoccupazione, il beneficiario può sottoscrivere un nuovo contratto di lavoro senza perdere il diritto al bonus SaR 2023.

Tutti i documenti richiesti sono, se la domanda viene fatta tramite piattaforma FTWeb di Forma.temp, da allegare come foto o in formato PDF.

Inoltre, se il disoccupato sottoscrive un contratto di lavoro di durata pari o inferiore ad una settimana contributiva prima dei 45 giorni di disoccupazione, questi ultimi vengono sospesi a partire dal giorno di inizio del nuovo lavoro e:

  • ai fini del bonus vengono considerati sia i giorni di disoccupazione prima del nuovo contratto di lavoro che quelli dopo;
  • il periodo utile per presentare la domanda di sostegno al reddito verrà prolungato di altri 7 giorni (perciò, fino al 180° giorno successivo all’ultimo rapporto di lavoro in somministrazione).

Se ci sono eventi sospensivi del rapporto di lavoro, ad esempio per malattia, maternità o infortunio che si concludono dopo la cessazione dell’ultimo contratto in somministrazione, il giorno di inizio della disoccupazione è il giorno stesso in cui termina l’evento sospensivo.

Quali sono i documenti necessari

I documenti per la domanda online del bonus SaR 2023 sono:

  • documento d’identità del richiedente e codice fiscale;
  • copia delle buste paga dell’Agenzia per il Lavoro attestanti l’anzianità lavorativa e a conferma delle giornate svolte in somministrazione (110 o 90 giornate maturate negli ultimi 12 mesi). È obbligatoria tra le buste paga quella di cessazione;
  • estratto contributivo emesso dall’INPS dopo almeno 105 gg dalla cessazione dell’ultimo giorno di lavoro (emesso dal 106° giorno), attestante i 45 giorni di disoccupazione;
  • eventuali certificati di malattia, infortunio o maternità dove necessari. Qualora l’evento sospensivo termini dopo la data di cessazione dell’ultimo contratto in somministrazione, bisogna fornire la documentazione attestante la fine dell’evento;
  • documento con le coordinate bancarie “IBAN” e la titolarità del conto corrente bancario o postale del richiedente del sostegno al reddito. In caso di bonifico domiciliato, non è necessario questo documento (dal 1° marzo 2023, però, non sarà più previsto il bonifico domiciliato);
  • in caso di dimissioni volontarie per giusta causa: documentazione rilasciata dall’INPS attestante il riconoscimento della naspi.

Il taglio al cuneo fiscale da maggio 2023 sale al 4%. La misura è stata annunciata da parte del governo Meloni e prevede un ulteriore taglio progressivo delle tasse in busta paga, a partire dal prossimo maggio e fino a dicembre.

Ciò significa che cambiano ancora le buste paga dei lavoratori dipendenti. Ci saranno nuovi aumenti e una rinnovata riduzione della pressione fiscale. Ma di quanto? In questo articolo vediamo gli effetti in busta paga del nuovo taglio al cuneo fiscale da maggio a dicembre 2023.

Taglio al cuneo fiscale da maggio 2023: come funziona

Uno degli obiettivi dell’esecutivo Meloni è un progressivo taglio delle imposte sul lavoro del 5% nell’arco dell’intera legislatura. Si è partiti con una proroga del taglio al cuneo del 2 e 3% (già in vigore lo scorso anno e confermato nel 2023). Ma c’è di più: nel DEF 2023, sono stati accantonati 3 miliardi di euro per finanziare una ulteriore sforbiciata al cuneo fiscale per redditi medio-bassi.

Questo nuovo taglio partirà a maggio e durerà fino a fine anno. In sostanza da maggio a dicembre 2023 le buste paga dei dipendenti con redditi medi e bassi saliranno ancora un po’, per effetto di questa misura.

Ancora non si conosce la percentuale esatta di taglio che verrà attuata. Dobbiamo attendere il decreto ad hoc che arriverà a breve. Si parla però di un ulteriore punto percentuale rispetto a quanto attualmente in vigore. A maggio quindi si potrebbe arrivare ad un taglio complessivo del 4% al cuneo, stando a quanto annunciato da alcuni ministri del governo.

La ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone ha infatti annunciato un taglio di un altro punto percentuale sui contributi previdenziali a carico dei lavoratori dipendenti. Dovrebbe quindi confermarsi al 4% la riduzione del cuneo mentre l’impegno per l’arco della legislatura, ha ribadito Calderone, è di 5 punti totali. “Gireremo la maggior parte di questo intervento – ha spiegato Calderone nel corso di un evento organizzato da Fondimpresa – ancora una volta a sostegno delle famiglie e dei redditi da lavoro”.

Parole confermate dal viceministro all’Economia Maurizio Leo, che ha spiegato al Corriere come sarà effettuato l’intervento: “Il taglio del cuneo fiscale, da maggio, raddoppierà”.

Si andrà sempre per fascia di reddito. L’impatto in busta paga sarà quindi diverso da lavoratore a lavoratore, in base alla retribuzione percepita. Certo è che la misura andrà a favore dei redditi medio-bassi.

Taglio al cuneo fiscale da maggio: quali aumenti in busta paga

Come si traduce questo aumento? Come cambiano gli stipendi? Quali effetti ci saranno nelle buste paga. Vediamo alcune simulazioni di cosa potrà succedere a partire da maggi0 2023, se l’entità del taglio verrà confermata dal decreto in arrivo.

L’ultima manovra aveva ridotto del 3% i contributi sui redditi fino a 25 mila euro e del 2% quelli compresi tra 25 mila e 35 mila euro. Gli effetti sono stati piuttosto modesti:

  • per i redditi fino a 25 mila euro lordi si parla di un risparmio mensile di 41,15 euro (annuo di 493,85 euro),
  • Da 27.500 a 35 mila euro di reddito sono stati circa 30 euro in più in busta paga (360-390 l’anno).

Con il nuovo taglio al cuneo fiscale da maggio 2023 le cose migliorerebbero un po’. Ribadiamo che l’asticella precisa non la conosciamo ancora. Sappiamo che l’intervento cambierà in meglio le buste paga dei redditi medio-bassi. Potrebbe quindi trattarsi alternativamente:

  • o di una riduzione unica del 4% del cuneo per redditi fino a 35 mila euro;
  • oppure di una riduzione del 4% per redditi fino a 25mila euro e del 3% del cuneo per reddito da 25 mila euro a 35 mila euro.

L’effetto potrebbe tradursi in un effettivo raddoppio di quanto fatto fino ad oggi. L’aumento in busta paga da maggio a dicembre potrebbe valere 25-30 euro in più al mese (in media), a seconda del reddito.

La bozza del Decreto Lavoro 2023, che sarà discusso dalla Camera per poi ottenere l’approvazione definitiva contiene tantissime novità tra le quali l’aumento dell’importo dell’assegno unico per le famiglie mono genitoriali.

Stando a quanto previsto dalla bozza del Decreto Lavoro 2023, pare possibile estendere la maggiorazione di 30 euro prevista dal comma 8 dell’articolo 4 del DL n. 230/2021 anche a queste famiglie, nel rispetto di alcuni requisiti.

Ciò significa che è in arrivo un nuovo aumento sull’assegno unico, in particolare la maggiorazione di 30 euro prevista per i nuclei in cui entrambi i genitori sono titolari di reddito potrebbe estendersi anche alle famiglie mono genitoriali, qualora il secondo genitore sia deceduto.

Stando a quanto riportato nella relazione tecnica allegata al decreto, pare che tale maggiorazione possa andare a beneficio di almeno 80.000 nuclei familiari grazie all’estensione prevista dal Governo Meloni.

Assegno unico, nuovo aumento per le famiglie mono genitoriali: chi può beneficiarne

Come abbiamo visto, a differenza di altri aumenti, quest’ultima novità riguarda una platea ristretta di beneficiari, ovvero solo i nuclei familiari composti da un solo genitore, con figli a carico, qualora il secondo genitore risulti deceduto.

La maggiorazione di 30 euro spetta in misura piena solo in presenta di un ISEE inferiore a 15.000 euro, ovvero la soglia minima che consente di ottenere il massimo importo del bonus per i figli.

All’aumentare dell’ISEE familiare, infatti, si riduce proporzionalmente anche l’importo dell’assegno unico. la maggiorazione, infine, non viene riconosciuta ai nuclei che non hanno presentato l’ISEE, oppure alle famiglie che possiedono un ISEE superiore a 40.000 euro.

Assegno unico, nuovo simulatore e novità sui pagamenti

E mentre si attendono ulteriori novità, INPS ha lanciato il simulatore per calcolare l’importo dell’assegno unico, lo strumento è utilissimo per le famiglie che intendono scoprire in anticipo quanto prenderanno di bonus per i figli in base al proprio ISEE e ai propri requisiti.

Generalmente, gli importi variano da un minimo di 50 fino a 175 euro al mese, per soglie ISEE comprese tra 15.000 e 40.000 euro.

Sono poi previste delle maggiorazioni per i nuclei familiari numerosi, con quattro o più figli a carico; così come per le giovani madri, per i genitori lavoratori, e per le famiglie con figli di età inferiore a 3 anni.

INPS ha poi introdotto ulteriori novità sulle date di pagamento dell’assegno che cambiano come dal seguente schema: dal 10 al 20 del mese verranno pagati gli assegni che non hanno subito variazioni; dal 20 al 30 verranno pagati quelli con importi variati, oppure le nuove richieste pervenute all’istituto.

Come già annunciato sin dalla campagna elettorale, il governo Meloni è deciso a mettere fine al reddito di cittadinanza e  dal 1° settembre 2023 parte la riforma che prevede l’introduzione di tre misure alternative destinate a tre categorie di beneficiari differenti.

La prima, in ordine di introduzione, è Pal – Prestazione di accompagnamento al Lavoro – in arrivo da settembre per coloro che hanno sottoscritto il Patto per il lavoro. Successivamente arriveranno anche Il Gil e Il Gal.

Addio al Reddito di Cittadinanza: ecco le nuove misure

Il Governo Meloni ha già annunciato l’intenzione di voler sostituire il RDC con altri sostegni al reddito per le famiglie e i cittadini che si trovano in condizioni di difficoltà economica e disagio sociale.

Dal 1° gennaio 2024, quindi, sono in arrivo 3 nuove misure: Gil (Garanzia per l’inclusione), Gal (Garanzia per l’attivazione lavorativa) e – dal 1° settembre 2023 – Pal (Prestazione di accompagnamento al lavoro).

Ognuna di queste misure ha una platea di beneficiari e una serie di importi differenti in base alla categoria sociali che intende sostenere (individui occupabili, individui non occupabili, persone che si trovano sotto la soglia di povertà assoluta).

Vediamo nel dettaglio i requisiti, gli importi e come ottenere i nuovi aiuti sostitutivi al Reddito di Cittadinanza, in arrivo dal 2024.

Gil: come funziona e a chi spetta

La prima misura in arrivo dal 1° gennaio 2024 – come da indicazioni del Governo Meloni – è Gil, acronimo di Garanzia per l’inclusione, una misura alternativa al reddito di cittadinanza che spetta ai nuclei familiari consideranti non occupabili.

Chi può ottenere Gil, il nuovo Reddito di Cittadinanza del Governo Meloni? Sono tre le categorie di beneficiari che hanno diritto a questa nuova agevolazione: Famiglie al cui interno è presente una persona disabile; Famiglie al cui interno è presente almeno un minore; Famiglie in cui è presente alcune una persona ultra 60enne o una persona titolare di invalidità civile.

Per ottenere Gil occorre possedere un ISEE non superiore a 7.200 euro all’anno, e un valore del patrimonio immobiliare non superiore a 30.000 euro, e conti correnti con disponibilità non superiori a 10.000 euro.

Il nuovo sussidio in arrivo al posto del Reddito di Cittadinanza avrà un importo pari a 500 euro al mese e verrà corrisposto per 18 mesi, con possibilità di rinnovo per altri 12 mesi previa sospensione di un mese (come avviene ad oggi con il RdC).

L’importo del Gil può essere integrato anche dalla quota di affitto, pari a 280 euro entra ogni mese, fino a un massimo di 3.360 euro all’anno.

Pal: come funziona e a chi spetta

Un’altra misura approvata dal Governo Meloni e in arrivo a partire dal 1° settembre 2023 (riconosciuta fino al 31 dicembre 2023) è Pal, ovvero la Prestazione di accompagnamento al lavoro.

Questa misura, a differenza di Gil, spetta agli individui considerati occupabili e prevede la sottoscrizione di un Patto per il lavoro in modo da favorire le politiche attive, e permette di ricevere nuove offerte di lavoro o formazione utili per l’ingresso nel mercato del lavoro.

Possono ottenere Pal al posto del reddito di cittadinanza le famiglie al cui interno si trovano individui di età compresa tra 18 e 59 anni, considerati occupabili e alla ricerca di un nuovo lavoro. Si stima una platea di beneficiari pari a 213 mila persone per una spesa complessiva di 276 milioni di euro.

L’importo del nuovo Pal è unico, uguale per tutti, e pari a 350 euro al mese.

Gal, la nuova misura per le famiglie che si trovano in povertà assoluta

Infine, arriva anche Gal – Garanzia per l’attivazione lavorativa –, a partire dal 1° gennaio 2024, un’altra misura destinata alle famiglie al cui interno si trovano individui di età compresa tra 18 e 59 anni, ma che si trovano al di sotto della soglia di povertà assoluta.

Per richiedere e ottenere Gal, infatti, è necessario possedere alcuni requisiti:

  • ISEE non superiore a 6.000 euro all’anno;

  • Sottoscrizione del Patto per il lavoro entro 12 giorni dalla richiesta;

  • Adesione a un percorso di inserimento lavorativo.

Possono ottenere Gal tutti gli individui che non hanno i requisiti per ottenere Gal.

Sgravi per l’assunzione di giovani under 30

Nello stesso decreto redatto dal Governo – che introduce le tre misure alternative al RdC – sono stati inseriti anche nuovi incentivi assunzione per i giovani under 30: come funziona?

Le aziende che decideranno di assumere nel loro organico dei giovani con meno di 30 anno, con contratto a tempo indeterminato, avranno diritto a uno sgravio contributivo fino al 100%, ovvero fino a 8.000 euro all’anno per due anni.

Nel caso in cui l’assunzione avvenga con contratto a termine, invece, lo sgravio scende al 50%, fino a 4.000 euro all’anno, ma solo per 12 mesi.

Infine, è prevista anche un’agevolazione per l’apertura di attività autonome entro il primo anno dalla fruizione del beneficio: fino a 3.000 euro erogati in un’unica soluzione.

In arrivo la proroga della rottamazione quater. Allo studio del governo più tempo per presentare le domande e conseguentemente per versare la prima rata. Slitterà al 30 giugno rispetto al termine attuale del 30 aprile (che, però, per il gioco dei festivi slitta al 2 maggio) la data ultima per la presentazione delle richieste di adesione agevolata, che consente di saldare il debito per i carichi affidati alla riscossione dal 1° gennaio 2000 al 30 giugno 2022 con lo sconto di sanzioni, interessi e anche dell’aggio.

Due mesi in più di tempo per presentare le domande, quindi. La domanda di definizione agevolata delle cartelle  è solo telematica e si presenta in area libera o in area riservata (con accesso tramite Spid, Cie o Cns e tramite Entratel per gli intermediari abilitati) dal sito di agenzia delle Entrate Riscossione (Ader).

Le risposte dell’agenzia entro settembre

Questo spostamento al 30 giugno si porta dietro anche lo slittamento del termine entro cui proprio l’agente della riscossione deve comunicare poi ai contribuenti qual è l’importo effettivamente dovuto e come è articolato il piano dei versamenti in base al numero delle rate prescelte dal contribuente. In questo modo, la scadenza entro cui arriverà la comunicazione viene spostata al 30 settembre.

Unica rata entro il 31 ottobre

L’effetto domino dei rinvii farà spostare anche il termine del versamento della prima o unica rata. La scadenza non sarà più il 31 luglio ma il 31 ottobre, quindi dopo l’estate. Mentre resterà fermo sia il termine della seconda rata fissato al 30 novembre sia quelle successive che potranno estendersi fino a un massimo complessivo di 18 rate (l’ultima delle quali in scadenza il 30 novembre 2027).