Il governo da il via libera al  bonus trasporti da 60 euro per chi nel 2022 ha avuto un reddito complessivo non superiore a 20.000 euro. I ministri Giancarlo Giorgetti (Mef), Marina Elvira Calderone (ministero del Lavoro) e Matteo Salvini (Mit) hanno firmato il decreto che disciplina le modalità di erogazione del contributo previsto dal decreto legge sui carburanti con stanziamenti per 100 milioni di euro.

L’obiettivo, ricorda una nota, è quello di sostenere contro il caro energia famiglie, studenti e lavoratori nell’acquisto di abbonamenti per i servizi di trasporto pubblico locale, regionale e interregionale, e per i servizi di trasporto ferroviario nazionale. La domanda va presentata entro il 31 dicembre 2023 attraverso il portale www.bonustrasporti.lavoro.gov.it.

Il bonus trasporti, «pur essendo un incentivo di piccolo importo e riservato ai cittadini con Isee inferiore ai 20mila euro, potrebbe rappresentare un aiuto per le fasce meno abbienti o i nuclei numerosi», spiega il presidente di Assoutenti Furio Truzzi. «In base agli ultimi dati Istat, – ricorda l’associazione – ogni giorno in Italia 26,8 milioni di italiani usano mezzi di trasporto per recarsi a scuola o a lavoro, il 45,4% della popolazione residente – analizza Assoutenti – Di questi 5,4 milioni fanno ricorso al trasporto pubblico: 1,2 milioni usano il treno, 1,9 milioni tram e bus, 807mila la metro e 1,5 milioni pullman o corriere. La regione dove si ricorre di più al trasporto pubblico per raggiungere scuola o il luogo di lavoro è la Lombardia, 1.025.000 persone al giorno, seguita dal Lazio, con 773mila spostamenti».

Si tratta di una nuova edizione del bonus trasporti attivo fino al 31 dicembre scorso che aveva garantito uno sconto fino a 60 euro del costo degli abbonamenti per il trasporto pubblico: autobus, tram e ferrovie regionali. Poteva essere ottenuto da tutti coloro con redditi fino a 35mila euro. Il bonus è stato chiuso il 31 dicembre: lo si poteva richiedere sul sito del ministero del Lavoro fino a esaurimento delle risorse e più di una volta, purché usufruito nell’arco del mese della domanda. Per ottenere il buono occorreva collegarsi con la piattaforma e con Isee e codice fiscale si fare istanza indicando l’azienda di trasporto tra le più di mille aderenti. A procedura conclusa il sistema rilasciava un codice identificativo da “spendere” nelle biglietterie per l’acquisto degli abbonamenti mensili: il bonus era valido nel mese di emissione, superato il quale scadeva reimmettendo il denaro nella dotazione del Fondo.

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Con il bonus prima casa under 36 ora si può. Questo bonus è stato introdotto con il decreto legislativo n.73/2021, denominato Sostegni bis, e tale misura è stata confermata per tutto l’anno corrente, con scadenza prevista il 31 Dicembre 2023.

Il bonus prima casa prevede l’esonero dal pagamento dell’imposta di registro, dell’imposta catastale e ipotecaria. Tali imposte di solito si aggirano attorno a parecchi migliaia di euro.

Normalmente, la vendita di una casa è soggetta ad un’imposta di registro del 9% ed al valore di 100,00 euro tra imposte ipotecaria e catastale. Con il Bonus prima casa under 36, tutte e tre le imposte vengono cancellate.

 Con il Bonus prima casa viene, inoltre, riconosciuto un credito d’imposta pari all’Iva corrisposta al venditore, per gli acquisti soggetti a Iva, ed è inoltre prevista la riduzione del 50% sugli onorari notarili e il pagamento di qualsiasi imposta di bollo.

Il primo requisito, è non aver compiuto il trentaseiesimo anno di età nell’anno in cui viene stipulato il contratto di acquisto.

Secondo requisit0 è avere un indicatore Isee che non superi i 40.000 euro annui.

Avere un Isee particolarmente favorevole rimane uno dei principali strumenti per definire l’accesso ai bonus.

 Nel caso specifico del Bonus prima casa under 36 è necessario fare riferimento all’Isee ordinario e non quello corrente.

Il valore dal modello Isee corrente prende in considerazione gli ultimi dodici mesi, mentre quello del modello Isee ordinario prende in considerazione gli ultimi due anni.

Per beneficiare del Bonus prima casa under 36, quindi, bisogna tenere in considerazione la situazione economica complessiva dei ventiquattro mesi precedenti alla domanda.

Altri requisiti per poter inoltrare domanda e beneficiare del Bonus prima casa under 36 sono:

  • stabilirsi entro 18 mesi dall’acquisto della nuova abitazione nel Comune ove questa si trova, richiedendone la residenza effettiva.

  • non essere titolare di alcun diritto di proprietà, usufrutto, uso e abitazione di altra abitazione nello stesso Comune della casa acquistata con agevolazioni.

  • non essere titolare di altra abitazione acquistata con agevolazioni previste nel Bonus prima casa under 36.

In linea generale, le agevolazioni previste per l’acquisto della cosiddetta “prima casa” vengono riconosciute solo in presenza di alcune specifiche condizioni. Anzitutto l’abitazione acquistata deve rientrare nelle seguenti categorie catastali:

  • A/2 (abitazioni di tipo civile);
  • A/3 (abitazioni di tipo economico);
  • A/4 (abitazioni di tipo popolare);
  • A/5 (abitazione di tipo ultra popolare);
  • A/6 (abitazione di tipo rurale);
  • A/7 (abitazioni in villini);
  • A/11 (abitazioni e alloggi tipici dei luoghi).

Inoltre le agevolazioni spettano anche per l’acquisto delle pertinenze classificate nelle seguenti categorie catastali (ma limitatamente a una sola pertinenza per ciascuna categoria):

  • C/2 (magazzini e locali di deposito);
  • C/6 (per esempio, rimesse e autorimesse);
  • C/7 (tettoie chiuse o aperte).

Come già annunciato qualche articolo fa, la BCE ha continuato la sua strada nel continuato aumento dei tassi di interesse per tenere a freno l’inflazione, ovviamente tutto questo si traduce nel rendere più costosi mutui, prestiti e finanziamenti.

Vediamo ora numeri alla mano a quanto sono arrivati gli interessi imposti dalla BCE.

L’ulteriore aumento dei tassi di interesse ha portato il tasso sui prestiti marginali al 3,75%, il tasso sui rifinanziamenti al 3,5% e il tasso sui depositi al 3%. Questi aumenti si traducono inevitabilmente in mutui più costosi.

In Italia secondo le stime, ci sono circa 6,8 milioni di famiglie hanno sottoscritto un mutuo, richiesto un prestito o un finanziamento e tra queste alcuni milioni hanno sottoscritto un mutuo a tasso varabile. Una soluzione quest’ultima generalmente più flessibile, poiché il tasso di interesse viene ricalcolato periodicamente sulla base di alcuni fattori determinati in fase contrattuale, tuttavia, sono anche quelli che più di tutti stanno soffrendo l’aumento dei tassi di interesse voluti dalla BCE.

Le rate dei mutui a tasso variabile sono strettamente legato al tasso sui prestiti marginali e dal tasso sui rifinanziamenti della BCE. Ne consegue che, l’aumento del tasso di interesse della BCE provoca un aumento diretto del tasso di interesse dei mutui a tasso variabile.

Secondo un’analisi effettuata da ABI, le rate dei mutui a tasso variabile sono aumentate nell’ultimo anno di circa il 54%, il che significa che un famiglia che prima degli aumenti pagava circa 500€ ora paga circa 770€.

Leggi anche: bonus luce e gas in scadenza il 31 marzo, cosa accadrà dal 1 aprile?

Inoltre , secondo gli ultimi annunci, La BCE non ha nessuna intenzione di interrompere l’incremento dei tassi di interesse, almeno fino a quando l’inflazione non sia tornata a livelli vicino il 2% e questo significa che le rate di mutui, prestiti e finanziamenti, potrebbero aumentare ulteriormente nei prossimi mesi.

Secondo le stime, con l’Euribor, uno dei tassi che determinano l’aumento delle rate dei mutui a tasso variabile, in aumento di mezzo punto percentuale il tasso variabile che a fine 2021 era dello 0,6% potrebbe raggiungere il 4,9%.

Gli effetti degli aumenti dei tassi della BCE si riflettono, come anticipato, anche su prestiti e finanziamenti. In altri termini, anche acquistare a rate diventa più costoso, con un tasso di interesse medio in aumento di circa 3,8 punti percentuale, passando dall’8,1% di fine 2021 all’11,9% dei prossimi mesi.

Se da un lato i mutui a tasso variabile sono uno degli strumenti finanziari maggiormente esposti all’aumento dei tassi di interesse della BCE, i mutui a tasso variabile con Cap detti anche mutui con tetto forse gli strumenti maggiormente tutelati in un momento come questo.

Si tratta di strumenti finanziari progettati per tutelare il mutuatario, in questi mutui infatti è fissato, in sede contrattuale, un tetto massimo al tasso di interesse del mutuo, questo tetto è generalmente più alto del tasso corrente e si attiva nel momento in cui il tasso di interesse si alza oltre il limite prestabilito.

Per essere più precisi, nei mutui a tasso variabile, il tasso di interesse viene modificato con cadenza regolare, a seconda dell’andamento di uno o più parametri definiti nel contratto. Tuttavia, se si tratta di mutui a tasso variabile con cap, esiste un tetto massimo prefissato, oltre il quale il tasso di interesse non può aumentare, di contro però, esiste anche un margine inferiore fisso, oltre il quale la rata non può scendere.

Il bonus psicologo è una misura che è stata resa strutturale dall’ultima Legge di Bilancio, ed inoltre lo stesso decreto ha apportato diverse modifiche, tra cui l’innalzamento dell’importo disponibile e, allo stesso tempo, la riduzione delle risorse finanziarie.

Purtroppo rientra ancora tra quei Bonus in attesa di decreto attuativo, nella fattispecie quello relativo al bonus psicologo deve dare ancora informazioni sulla misura per il pagamento di sedute di psicoterapia offrirebbe maggiori informazioni sulle modalità per presentare richiesta nel 2023.

È intervenuto il Ministro della Salute, Orazio Schillaci assicurando che il decreto attuativo è in fase di definizione. La previsione del Ministro è che gli italiani che sono in possesso dei requisiti potranno presentare domanda per il bonus a partire dal mese di giugno.

Nel corso della pandemia da Covid-19, l’attenzione verso la salute mentale è cresciuta nel nostro Paese. Il governo ha, infatti, deciso di ampliare il discorso sul tema, anche tramite alcuni primi segnali quali, appunto, il bonus psicologo.

Si tratta di un’agevolazione che permette ai beneficiari di risparmiare sulle sedute di psicoterapia per risolvere problemi e disturbi derivanti da stress, ansia, depressione e fragilità psicologica.

Con la fine del 2022, il nuovo esecutivo ha inoltre deciso di rendere strutturale la misura. Ciò significa che il bonus psicologo potrà essere richiesto non solo nel 2023, ma anche negli anni a venire.

Nel rendere strutturare il bonus psicologo, la Legge di Bilancio 2023 ha apportato anche importanti modifiche alla misura.

In particolare, è salito l’importo massimo che potrà essere richiesto, passando dai 600 euro dello scorso anno a 1.500 euro per ogni beneficiario per l’anno in corso.

Non dovrebbero, invece, esserci novità rispetto alla soglia ISEE da rispettare: il bonus psicologo dovrebbe essere aperto a tutti coloro che hanno un ISEE entro i 50.000 euro.

Si tratta di una buona notizia, ma che non risolve il problema della riduzione del numero dei potenziali beneficiari.

Con l’aumento dell’importo, che dunque permetterà al beneficiario di pagare un maggior numero di sedute, si è ridotto l’ammontare delle risorse messe a disposizione per questo e per il prossimo anno.

Nel 2023, le risorse che finanziano il bonus psicologo ammontano a soli 5 milioni che saliranno ad appena 8 milioni nel 2024.

Considerando che lo scorso anno, con un finanziamento di 25 milioni, non tutti coloro che hanno presentato domanda sono riusciti a ottenere il bonus, è chiaro che quest’anno a poterne beneficiare saranno ancor meno italiani.

Come lo scorso anno, infatti, i cittadini dovrebbero poter fare domanda per il contributo per via telematica, tramite il sito dell’INPS. Se la richiesta viene fatta in autonomia, dunque, sarà necessario essere in possesso delle credenziali d’accesso, scegliendo tra SPID, CIE oppure CNS.

 Il bonus luce e gas scadrà il prossimo 31 marzo! E’ questa la data di scadenza per gli aiuti a famiglie e imprese per contrastare i rincari sulle  bollette di luce e gas.

Arera ha già previsto un taglio pari al 20% per l’elettricità e per il gas per il bimestre aprile-maggio, ma ciò non basterà a contrastare l’eventuale mancato rinnovo del bonus.

Per questo il governo  si sta preparando a varare nuove misure di contrasto al caro energia per famiglie e imprese.

Diverse sono le ipotesi di cui si è parlato nelle ultime settimane, ma il tempo stringe ed è possibile che alcune delle misure oggi in vigore vengano prorogate, nonostante fossero state annunciati aiuti basati su diversi meccanismi.

A poter beneficiare degli sconti in bolletta sono, nel dettaglio, tre diverse categorie:

– i nuclei familiari numerosi che hanno un ISEE fino a 20.000 euro;

– i nuclei familiari che percepiscono pensione o reddito di cittadinanza.

Con l’innalzamento della soglia ISEE, l’obiettivo è stato ampliare maggiormente la platea dei beneficiari. Coloro che hanno un ISEE fino a 9.530 euro hanno diritto a beneficiare della misura piena, mentre le famiglie con meno di 4 figli a carico con ISEE che non superi i 15.000 euro possono contare sul bonus riconosciuto all’80%.

Fino a dicembre 2023 dovrebbe, dunque, essere possibile continuare a beneficiare degli sconti in bolletta se si rientra nella suddetta soglia ISEE.

Il rinnovo del bonus sociale è molto probabile, ma è ancora presto per dire l’ultima parola. La conferma dovrebbe arrivare con il decreto in arrivo già da questa settimana o dalla prossima.

Resta invece ancora in stand-by il bonus bollette basato sui consumi che, come anticipato dal Ministro Giorgetti, il governo sta ragionando sulla possibilità di introdurre un’agevolazione che sia maggiormente selettiva.

Un bonus, dunque, che sia capace di incentivare il risparmio, ma la cui fattibilità dovrebbe essere confermata da Arera.

Tra i diversi rischi dell’introduzione di una misura di questo tipo c’è la possibilità che le famiglie a basso reddito, che per poco non riescono ad avere accesso ai bonus per i nuclei familiari in difficoltà economiche, finirebbero a dover pagare di più di quelle, invece, ad alto reddito, ma che consumano di meno grazie, per esempio, a elettrodomestici a basso consumo.

Insomma, un bonus che sì, potrebbe risultare maggiormente selettivo, ma che rischia di pesare proprio sulle spalle di quei cittadini che più avrebbero bisogno di supporto.

Il 31 marzo non è solo la data di scadenza del bonus sociale, ma anche di diverse altre misure che hanno contribuito ad alleggerire i costi da parte di famiglie e imprese.

Parliamo dell’azzeramento degli oneri di sistema, dell’IVA ridotta o delle agevolazioni per le imprese energivore e gasivore che potrebbero sparire per sempre, in favore di nuove misure allo studio del governo.

Sulle ipotesi e anticipazioni riguardo i bonus bollette e la scadenza al 31 marzo delle agevolazioni in vigore se ne è già parlato nelle scorse settimane.

Adesso, però, sembrano arrivare maggiori informazioni in merito alle tempistiche del governo. Il nuovo decreto, contenente i nuovi aiuti a famiglie e imprese, dovrebbe arrivare nel prossimo Consiglio dei Ministri che potrebbe riunirsi in settimana o, comunque, intorno a martedì prossimo.

Solo una volta pubblicato il decreto le informazioni riportate potranno essere confermate o meno. Il destino delle misure di sostegno contro il caro energia non è ancora segnato. Staremo a vedere cosa sceglierà di fare il governo.

È stato confermato anche per gli anni del 2023 e del 2024, il bonus tende da sole. Si tratta di una delle misure che è stata prevista tra le varie agevolazioni che rientrano negli Ecobonus, ovvero quegli incentivi relativi alla ristrutturazione edilizia e all’efficientamento energetico.

Il bonus tende da sole rappresenta un’agevolazione fiscale che sarà riconosciuta sia per il 2023 che per il 2024 al fine di incentivare l’acquisto e la posa in opera di schermature solari oppure di chiusure tecniche mobili oscuranti.

Visto l’elevato successo che ha avuto sin dal suo lancio nel 2019, è stato rinnovato di anno in anno sino al 2024.

Questo bonus, così come i tanti altri ecobonus introdotti nel corso degli ultimi anni, consiste in una detrazione d’imposta che risulta essere pari al 50% rispetto alle spese che vengono sostenute complessivamente.

La detrazione per il bonus tende da sole può essere calcolata su un importo massimo del 60.000 euro per ciascun immobile. Ciò significa che, le persone che faranno domanda per poter accedere al bonus tende da sole potranno godere di un bonus dal valore massimo detraibile di 30 mila euro.

Va detto, inoltre, che il bonus tende da sole potrà essere richiesto anche per l’acquisto e la posa in opera di tende da sole per più immobili, anche se fanno riferimento ad un unico proprietario.

Dal punto di vista fiscale, per poter beneficiare dell’agevolazione del bonus tende da sole, il richiedente potrà scegliere di beneficiare del bonus tra tre diverse modalità:

  • detrazione IRPEF in 10 anni a rate;

  • cessione del credito d’imposta ad un soggetto terzo;

  • sconto diretto in fattura.

Come anticipato, a seguito dell’introduzione della recente Manovra finanziaria 2023, è stato stabilito che la scadenza per poter beneficiare del bonus sarà quella del 31 dicembre 2024.

I beneficiari che possono accedere al bonus sono:

  • proprietari di singoli immobili residenziali;

  • proprietari di parti comuni di edifici residenziali, ovvero condomini;

  • contribuenti che sostengono le spese di riqualificazione energetica;

  • possessori del diritto reale sulle unità immobiliari costituenti l’edificio.

Sono ad esempio incluse le tende solari, le schermature solari, tapparelle, coperture fisse interne o anche coperture fisse esterne.

Inoltre, sono ammesse le spese legate non soltanto alla fornitura e alla posa in opera delle schermature solari, ma anche quelle relative all’eventuale smontaggio e dismissione dei sistemi che già esistevano.

Si intendono incluse per il bonus tende da sole 2023 anche le spese relative alla fornitura e alla messa in opera di meccanismi di regolazione e controllo delle schermature, alle prestazioni professionali e alle opere provvisionali e accessorie.

Per poter ottenere l’accesso al bonus tende da sole 2023, i contribuenti devono rispettare un’apposita procedura stabilità dall’ENEA. In tal senso, le persone che intendono beneficiare della detrazione fiscale per il bonus tende da sole 2023, effettuando l’accesso all’Area Utenti del sito web dell’Agenzia.

I contribuenti sono tenuti a trasmettere la scheda descrittiva dell’intervento entro 90 giorni a partire dalla data di fine dei lavori oppure di collaudo delle opere.

La comunicazione obbligatoria per poter fruire della detrazione sulla dichiarazione dei redditi, dovrà essere presentata da parte dei richiedenti per il bonus tende da sole 2023 attraverso il modello Redditi Persone Fisiche.

Tra i documenti che devono essere presentati da parte delle persone che vogliono fruire della detrazione per il bonus per le tende da sole 2023, i richiedenti dovranno anche inviare i seguenti documenti:

  • scheda descrittiva dell’intervento;

  • asseverazione di un tecnico abilitato;

  • schede tecniche dei componenti e marcatura CE;

  • attestazioni di prestazione per il fattore di trasmissione solare.

Al contempo, ai fini della richiesta del bonus tende da sole 2023, sarà necessario presentare anche appositi documenti amministrativi, secondo quanto chiarito dall’ENEA. Tra questi, la dichiarazione del proprietario per il consenso all’avvio dei lavori, oltre che le ricevute dei bonifici e le fatture delle spese sostenute.

Finalmente dopo anni ed anni di chiacchiere, un esecutivo ha messo in piedi una riforma del sistema fiscale, ormai troppo vecchio ed estremamente gravoso per i cittadini italiani, che da sempre sono i più vessati dell’unione europea. Siamo ancora alle fasi embrionali della riforma, ma la strada tracciata sembra quella giusta. La riforma fiscale del governo Meloni ha al centro una revisione delle aliquote Irpef, cioè dell’imposta sul reddito che la maggior parte degli italiani pagano. Trattandosi di una legge delega, il Parlamento dovrà approvarla e poi la palla tornerà al governo, che avrà due anni per mettere in pratica concretamente tutte le modifiche previste. La riforma, se tutti i tempi vengono rispettati, troveranno riscontro nelle imposte 2024.

Il testo della nuova proposta di legge dice che, per quanto riguarda l’Irpef, si intende procedere con una “revisione e graduale riduzione”, sempre mantenendo il “principio di progressività” (cioè l’idea che chi guadagna di più paga più tasse, prevista dalla Costituzione) e nella prospettiva di arrivare in futuro a una “aliquota impositiva unica”, cioè alla flat tax per tutti. Per farlo, il governo propone di riordinare  anche “gli scaglioni di reddito e le aliquote di imposta”.

Il governo ha chiarito che il primo passo sarà una riduzione del numero di aliquote da quattro a tre, e oggi la presidente ha dato un’indicazione ulteriore: parlando al congresso nazionale della Cgil ha detto che il governo intende “ampliare sensibilmente il primo scaglione, quello con l’aliquota più bassa”.

Attualmente, l’Irpef prevede quattro scaglioni di reddito ed è cosi strutturata:

Fino a 15mila euro di reddito, si paga il 23%. È esclusa una fascia di reddito ancora più bassa, detta no tax area, che non versa l’Irpef. Anche sulla no tax area il governo Meloni ha deciso di intervenire.
Da 15mila a 28mila euro di reddito, si paga il 25%.
Da 28mila a 50mila euro di reddito, si paga il 35%.
Oltre i 50mila euro di reddito annuale si paga il 43%.
Questa sono le aliquote attuali e resteranno in vigore per tutto il 2023. Per quanto riguarda la nuova divisione con tre aliquote Irpef, invece, l’ipotesi più plausibile dopo le parole di Giorgia Meloni è quella che prevede queste tre aliquote:

Fino a 28mila euro di reddito, si paga il 23%. Anche in questo caso, come detto, è esclusa una fascia più bassa di no tax area.
Da 28mila a 50mila euro di reddito, si paga il 35%.
Oltre i 50mila euro di reddito, si paga il 43%.

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Questa riforma accorpa i primi due scaglioni Irpef della divisione attuale, mantenendo invece senza variazioni gli altri due. Secondo le stime del ministero dell’Economia, questo cambiamento farebbe perdere alle casse dello Stato circa 3-4 miliardi di euro, una somma contenuta rispetto alle altre ipotesi di tagli più ampi dell’Irpef.

A guadagnarci in modo più diretto sarebbero le persone con un reddito tra i 15mila e i 28mila euro all’anno. Per loro, infatti, l’aliquota scenderebbe di due punti, dal 25% al 23%. Il guadagno poi si estenderebbe anche alle fasce superiori: per come viene calcolata l’Irpef, infatti, chi guadagna più di 50mila euro pagherebbe comunque il 23% sui primi 28mila euro guadagnati, poi il 35% sulla parte dai 28mila ai 50mila euro e il 43% sul resto, come accade oggi. Guardando alle cifre assolute, per chi guadagna da 28mila euro in su ogni anno lo sconto sull’Irpef sarebbe di 260 euro. Per chi guadagna meno, la percentuale di sconto resta la stessa ma i numeri assoluti scendono.

Bisogna considerare che nella spesa annuale per le tasse non peserà solo l’Irpef, ma anche dalle varie detrazioni, esenzioni, crediti e sconti fiscali che è possibile applicare alle proprie tasse. Una bozza della legge delega sulla riforma fiscale spiegava che attualmente ce ne sono più di 600, e che occupano circa 165 miliardi di euro di tasse. Il governo intende rivederli, riducendole – anche qui in modo progressivo, per far avere meno sconti a chi ha un reddito più alto – ma solo quando sarà chiaro il quadro delle nuove esenzioni si potrà sapere nel dettaglio quanto risparmia ogni fascia di reddito.

Per trovare le risorse necessarie per attuare il taglio dell’ IRPEF a partire dal 2024, il governo Meloni ha comunicato che andrà a ridurre in maniera esponenziale i vari bonus e misure economiche che sono state introdotte in Italia nel corso degli ultimi anni.

Come già annunciato nel programma elettorale, il governo ha intenzione di abbassare la varie aliquote IRPEF in maniera importante e per trovare le risorse necessarie è indispensabile eliminare una serie di bonus ed aiuti economici che si sono rilevati poco funzionali ed efficaci.

Ma come cambierà la busta paga con la riduzione delle aliquote Irpef e con l’addio definitivo a molti dei bonus attualmente in vigore?

La Presidente del Consiglio dei Ministri in carica, infatti, ritiene che per poter risolvere l’attuale crisi economica che ha coinvolto imprese e cittadini di tutta Italia, è necessario andare a rivedere l’intero sistema fiscale.

A partire dal prossimo anno, mediante la pubblicazione della prossima legge di Bilancio 2023, si potrebbe quindi concretizzare a tutti gli effetti il programma fiscale che era stato proposto dalla Meloni, con l’obiettivo di avviare il taglio delle tasse e dire addio ad alcuni bonus.

Con queste prime informazioni in merito al destino dei bonus, sono in tanti i cittadini e le imprese a domandarsi quali saranno le misure e i contributi economici che non saranno più prorogati dal prossimo anno.

Sicuramente, tra le misure che già durante l’anno in corso sono state coinvolte da un programma di ridefinizione e di ulteriore stretta per la loro erogazione, ci sono i bonus edilizi, tra cui anche il famoso Superbonus.

Come molti sanno, infatti, tra i bonus al centro del mirino del Governo Meloni, i bonus edilizi sono quelli maggiormente criticati. È per questo che non ha affatto sorpreso la decisione dell’esecutivo di andare ad avviare la sospensione della modalità della cessione dei crediti per ottenere i bonus edilizi.

Ma non è finita qui, oltre ai bonus edilizi, pare che a partire dal prossimo anno, bisognerà dire addio anche ad altre misure, come ad esempio il bonus psicologo o il bonus trasporti.

Inoltre il viceministro all’Economia Maurizio Leo ha dichiarato che è obiettivo del governo quello di arrivare ad un’aliquota irpef unica e che la vera novità per i cittadini e per i lavoratori, riguarderà proprio la busta paga.

Sembrerebbe, infatti, che con la nuova Manovra finanziaria, l’esecutivo potrebbe elaborare dei nuovi scaglioni di aliquote fiscali.

A questo proposito, la formulazione e i calcoli in busta paga per i lavoratori potrebbero cambiare con la riduzione a tre delle aliquote fiscali al momento in vigore.

In particolare, il primo scaglione potrebbe essere stabilito con una percentuale del 15 per cento, attraverso le medesime regole, aliquote e detrazioni sia per lavoratori dipendenti, lavoratori autonomi, partite IVA e pensionati.

Bisognerà quindi attendere i prossimi passi del Governo Meloni per capire quali saranno i bonus a cui bisognerà dire definitivamente addio e come potrebbe cambiare la busta paga con un nuovo taglio Irpef e una completa ridefinizione del sistema fiscale.

L’inflazione è «un mostro da abbattere». Un aumento dei tassi di interesse della Bce di 50 punti base nella riunione del 16 marzo è quindi «molto molto probabile», queste sono le ultime parole di Christine Lagarde, presidente della banca centrale europea in un’intervista al gruppo di media spagnolo Vocento, sottolineando che c’è ancora molto lavoro da fare ed è dunque presto per «dichiarare vittoria». «L’obiettivo», ha specificato la presidente, «non è di certo distruggere l’economia».

Parlando dei disagi di consumatori e famiglie che si ritrovano a dover fare i conti con prezzi più alti, la presidente si è soffermata anche sulla questione mutui. Oggi milioni di famiglie dell’eurozona, che hanno un mutuo a tasso variabile si trovano in grave difficoltà a pagare le rate mensili visto il considerevole aumento che hanno subito queste ultime nell’ultimo anno ed egli si è detta «certa che molte banche sono pronte a rinegoziare» i mutui «per alleggerire nel tempo l’onere per le famiglie». È nel «loro interesse» farlo, ha spiegato, «perché sanno che quando l’inflazione sarà sotto controllo, i tassi di interesse alla fine scenderanno. E non vogliono crediti non pagati nei loro bilanci»

«L’inflazione complessiva è scesa negli ultimi mesi e continuerà a scendere nei prossimi mesi», ha rassicurato la bce, ricordando però che «l’inflazione di fondo, che nell’area dell’euro esclude l’energia e gli alimenti, è troppo alta. La strada da seguire è chiara: dobbiamo continuare a prendere le misure necessarie per riportare l’inflazione al 2%. E lo faremo».

Il capo economista della Bce, Philip Lane, ha fatto un passo ulteriore nel suo discorso a Dublino, sottolineando che dopo il rialzo di marzo si dovrà continuare ad alzare i tassi di interesse. «Le informazioni attuali sulle pressioni inflazionistiche sottostanti suggeriscono che sarà appropriato alzare ulteriormente i tassi dopo la nostra riunione di marzo», ha precisato il capo economista.

Il reddito di cittadinanza va in pensione e viene sostituito dal “MIA”. Cambiano soprattutto i criteri di accesso e la platea dei beneficiari. La riforma del reddito di cittadinanza è pronta. Nelle prossime settimana la ministra del Lavoro, Elvira Calderone, dovrebbe portare in Consiglio dei ministri il decreto legge. Il testo è al vaglio del ministero dell’Economia “perché per fare tutto, compreso l’allargamento della platea di lavoratrici ammesse a Opzione donna e il rafforzamento delle politiche attive, servirebbe quasi un miliardo di euro”. Il nuovo strumento di sostegno sociale, la cui partenza è prevista a settembre, si chiamerà Mia: “Misura di inclusione attiva”. La misura “scatterà già quest’anno, dopo i sette mesi di proroga accordati ai beneficiari del Reddito di cittadinanza con la legge di Bilancio 2023. La Mia si dovrebbe quindi poter chiedere da agosto o più realisticamente dal primo settembre” spiega il Corriere.

I “potenziali beneficiari, in linea con quanto deciso con la manovra, verranno divisi in due platee: famiglie povere senza persone occupabili e famiglie con occupabili. Le prime sono quelle dove c’è almeno un minorenne o un anziano over 60 o un disabile. Le seconde quelle dove non ci sono queste situazioni ma almeno un soggetto tra 18 e 60 anni d’età”. In entrambi i casi, però, la riforma prevede una stretta negli importi e nella durata del sussidio. “Queste famiglie – si legge – continueranno a ricevere un sussidio, la Mia appunto, il cui importo base (per un single) dovrebbe restare di 500 euro al mese, come nel Reddito. C’è invece ancora discussione sulla quota aggiuntiva nel caso in cui il beneficiario debba pagare l’affitto. Il Reddito prevede fino a 280 euro al mese. Con la Mia questa quota potrebbe essere alleggerita e modulata sulla numerosità del nucleo familiare. Ma la stretta maggiore colpirà gli occupabili. Qui l’ipotesi che ha più chance è quella che vede l’assegno base ridotto a 375 euro. Inoltre, mentre per i poveri tout court la Mia durerà, in prima battuta, fino a 18 mesi (come ora il Reddito), per gli occupabili non più di un anno.

Il nuovo sussidio, inoltre, non si potrà più chiedere a ripetizione, come il Reddito. “Per le famiglie senza occupabili, dalla seconda domanda in poi, la durata massima della Mia si ridurrà a 12 mesi”, mentre “per i nuclei con persone occupabili, invece, la Mia scadrà al massimo dopo un anno la prima volta e dopo sei mesi la seconda e una eventuale terza domanda di sussidio si potrà presentare solo dopo una pausa di un anno e mezzo”.

C’è poi la modifica dei requisiti di Isee per ottenere la Mia: è prevista una forte stretta rispetto a quelli per il Reddito. “Il tetto per aver diritto alla nuova Misura di inclusione attiva – spiega il Corriere – dovrebbe infatti scendere dagli attuali 9.360 euro a 7.200 euro. Un taglio di oltre 2 mila euro dell’indicatore della ricchezza familiare che rischia di far fuori una fetta significativa della platea di potenziali beneficiari, probabilmente un terzo”.

Previsto invece I’ aumento dell’importo del sussidio in base al numero dei componenti la famiglia, per migliorare l’assistenza ai nuclei numerosi e in programma anche la “correzione del requisito della residenza in Italia, che dovrebbe scendere da 10 a 5 anni, per non incorrere nelle censure della Consulta e di Bruxelles”.

Per “migliorare l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro sarà creata una piattaforma nazionale sotto la regia del ministero del Lavoro dove gli occupabili dovranno obbligatoriamente iscriversi e dove potranno ricevere le offerte congrue di lavoro. Basterà rifiutarne una per decadere dalla prestazione”. Tra le misure previste anche un rafforzamento ulteriore dei controlli “sulla decadenza dal beneficio per chi non rispetta gli impegni previsti dai patti di inserimento al lavoro o di inclusione sociale, e quelle sui reati per chi dichiara il falso o lavora in nero pur prendendo il sussidio”.