Bonus in busta paga per i dipendenti! Grazie all’aumento del taglio del cuneo fiscale, ogni dipendente percepirà una busta paga più alta nel periodo Luglio – Dicembre.

Con le istruzioni fornite dall’INPS il 24 maggio 2023, tutto è pronto per l’aumento delle buste paga per lavoratrici e lavoratori dipendenti.

Tale aumento come già detto in articoli precedenti deriva dal taglio del cuneo fiscale.

Il cuneo fiscale, che sarà applicato in misura maxi tra luglio e dicembre 2023 senza toccare la tredicesima, prevede un taglio che si assomma a quello già operato con la Legge di Bilancio e che diventa del 6% per chi non eccede i 2.692 euro di stipendio mensile e del 7% per chi invece non supera i 1.923 euro

Il governo, come già annunciato dalla Premier Meloni, è già al lavoro affinchè diventi una misura strutturale, tutto ciò per dare un maggiore impulso all’economia Italiana.

Lo sforzo economico che lo stato dovrà sopportare è in funzione che l’Italia ha il costo del lavoro tra i più alti in Europa, a fronte di redditi praticamente fermi da decenni.

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Quali dipendenti avranno il maggior aumento?

Tra poche settimane partiranno i 6 mesi in cui i lavoratori con stipendi sotto 1.923 e 2.692 euro mensili potranno beneficiare di buste paga “più pesanti”, per effetto dell’opera effettuata sia con la Legge di Bilancio che con il dl Lavoro appena approvato. I lavoratori non dovranno richiedere nulla ma sarà il datore di lavoro a dover aggiungere il contributo aggiuntivo a chi spetta.

Ma non basta. Perché, come ha sottolineano a Bruxelles, il problema è strutturale e la soluzione scade con la fine del 2023. E questo lo sa anche la premier Giorgia Meloni che il 26 maggio, al Festival dell’Economia in corso a Trento, sul tema ha esordito: “Io continuo a ritenere che il taglio della tassazione sul lavoro debba essere la priorità”.

L’effetto crescente del taglio del 7% si nota in tutti gli importi che vanno dai 10mila fino ai 25mila euro lordi annui: basti pensare che per quest’ultima cifra l’aumento totale, considerando anche la tredicesima, arriva a 864,23 euro. A causa del passaggio al successivo scaglione, l’aumento scende dai 27500 euro, che registrano un aumento totale di “soli” 754,50 euro, per poi risalire.

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Cosa aspettarci nel 2024?

La domanda è: il bonus busta paga si avrà anche nel 2024? Sarà la manovra a doversene occupare, considerando che secondo i primissimi calcoli per confermare il taglio di 6 e 7 punti di cuneo alle attuali fasce retributive per tutto il 2024 servirebbero 12-13 miliardi

I pagamenti delle prime rate dei titolari di partita iva sono fissate al 30 giugno, ma il pressing dei commercialisti è già partito per chiedere le proroga al 20 luglio!

 

L’elaborazione ed il successivo versamento delle imposte sulle dichiarazioni dei redditi per i titolari di partita iva è ormai alle porte. La prima scadenza, ad oggi è fissata per il 30 giugno.

Ma il pressing è già partito ed è destinato a intensificarsi nei prossimi giorni. Per gli autonomi soggetti ad ISA e a regime forfettario si è già mosso il Consiglio nazionale dei commercialisti. La richiesta cerca di ottenere una proroga di 20 giorni dei versamenti in scadenza il 30 giugno e portare così il termine al 20 luglio.

«Ci siamo già attivati» comunica Salvatore Regalbuto, e sono in corso interlocuzioni sia con il ministero dell’Economia sia con l’agenzia delle Entrate. Una proroga che è indispensabile visto il ritardo con cui è stato diffuso il decreto sui correttivi Isa: pur essendo stato firmato il 28 aprile, è stato infatti pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» del 16 maggio. Di fatto, troppo poco tempo rispetto alla scadenza di versamento del 30 giugno soprattutto per verificare i nuovi aggiornamenti del nuovo software «Il tuo Isa», la cui prima versione è stata rilasciata dalle Entrate sul proprio sito il 28 aprile.

Coinvolti 4,5 milioni di contribuenti

Per i commercialisti, quindi, si rende necessario una proroga visto anche l’accavallarsi di altre scadenza, Imu in pole position. La scadenza sopra descritta coinvolge tra imprese e professionisti soggetti agli Isa e le partite Iva nel regime forfettario quasi 4,5 milioni di contribuenti. Una platea importante che deve sottostare ad una difficoltà dal lato dei conti pubblici, in quanto  porterebbe lo slittamento degli effetti di cassa dei versamenti al trimestre successivo. Per questo lo strumento del Dpcm, attraverso cui far viaggiare la proroga al 20 luglio, dovrebbe comunque incassare l’ok della Ragioneria. Inoltre, la proroga al 20 luglio comporterebbe la possibilità di versare con la maggiorazione dello 0,40% entro il 21 agosto (il 20 agosto è domenica), ossia alla ripresa degli adempimenti dopo la sospensione per la prima parte del mese di agosto.

Leggi le istruzioni alla compilazione del modello redditi PF

Il pressing dei sindacati di categoria

Il maggior tempo a disposizione di imprese, autonomi e professionisti per versamenti d’imposta in scadenza il 30 giugno è fortemente sentita dai commercialisti. I sindacati di categoria hanno presentato alla camera un documento congiunto. Si chiede quindi «la necessità di spostare il termine del 30 giugno per il pagamento delle imposte da parte dei soggetti per i quali è prevista l’applicazione degli indici Isa, assicurando in questo modo il pieno rispetto dello Statuto del contribuente».

Con la Legge di Bilancio 2021 è stato introdotto dal governo il bonus Partita Iva o ISCRO 2023.

L’aiuto economico consiste in un un contributo mensile, da un minimo di 254,75 € ad un massimo di 881,23 € per l’anno 2023, dedicato esclusivamente ai titolari di Partita Iva in possesso di determinati requisiti.

Il Bonus Partite Iva o ISCRO (Indennità Straordinaria di Continuità Reddituale e Operativa) è stato emanato in via sperimentale per il triennio dal 2021 al 2023 e sarà erogato per 6 mesi ai possessori di Partita Iva.

Come funziona e quali sono i requisiti

Il Bonus Partite Iva o ISCRO 2023 è un contributo pari al 25%, su base semestrale (6 mesi), dell’ultimo reddito da lavoro autonomo certificato dall’Agenzia delle Entrate.

Se un titolare di Partita Iva ha dichiarato un reddito pari a 5.000 € nel 2020, dovrà dividere questa cifra per 2 per calcolare i guadagni semestrali, cioè 2.500 €.
Da questa cifra, dovrà poi calcolare il 25%: l’importo spettante, quindi, è di 625 € mensili per 6 mesi (2.500 x 25% = 625).

Ad esempio, se l’anno di presentazione della domanda ISCRO è il 2021, all’Agenzia delle Entrate devono risultare i redditi degli anni 2017, 2018, 2019, 2020.

I requisiti necessari per richiedere il bonus Partita Iva o ISCRO 2023, da possedere tutti insieme al momento della presentazione della domanda, sono:

  • essere iscritto alla Gestione Separata INPS;
  • essere titolare di Partita Iva attiva da almeno 4 anni, per l’attività che ha dato titolo all’iscrizione alla gestione previdenziale in corso;
  • non percepire il redditi di cittadinanza(RDC);
  • non percepire nessun trattamento pensionistico o prestazione legata al reddito, come NASPI O DIS-COLL;
  • il reddito percepito deve essere inferiore almeno del 50% rispetto alla media del reddito da lavoro autonomo degli ultimi 3 anni. Ad esempio, per l’anno 2022, il reddito da considerare è quello percepito nell’anno 2021, che deve essere inferiore al 50% della media dei redditi percepiti negli anni 2018, 2019 e 2020*;
  • aver dichiarato, nell’anno precedente alla presentazione della domanda per il 2023, un limite di reddito non superiore a 8.972,04 € per l’anno 2022;
  • essere in regola con i versamenti dei contributi previdenziali.

Facciamo un esempio pratico:

  • l’anno di richiesta del bonus Partite Iva o ISCRO è 2022;
  • il reddito percepito da considera è dell’anno 2021, pari a 6.000 €;
  • i redditi dei 3 anni al precedenti al 2021 sono:
2020 13.000,00 €
2019 17.000,00 €
2018 19.000,00 €
Somma 49.000,00 €
Media dei 3 anni 16.333,33 €
50% della media 8.166,66 €

Il requisito di reddito è soddisfatto poiché il reddito dell’anno 2021, di 6.000 €, è inferiore a 8.1666,66 € (50% della media redditi dei tre anni 2020-2019-2018).

L’intelligenza artificiale (AI, Artificial intelligence) è una tecnologia informatica che sta rivoluzionando il modo con cui l’uomo interagisce con la macchina, e le macchine tra di loro.

Si definisce intelligenza artificiale il processo attraverso cui le macchine e i sistemi informatici  simulano i processi di intelligenza umana. Le applicazioni specifiche dell’IA includono sistemi come l’elaborazione del linguaggio naturale, il riconoscimento vocale e la visione artificiale.

L’intelligenza artificiale fornisce ad un robot qualità di calcolo che gli permettono di compiere operazioni e “ragionamenti” complessi, fino a poco tempo fa caratteristiche esclusive del ragionamento umano, in poco tempo.

Grazie all’intelligenza artificiale è possibile (almeno questo l’obiettivo ultimo) rendere le macchine in grado di compiere azioni e “ragionamenti” complessi, imparare dagli errori, e svolgere funzioni fino ad oggi esclusive dell’intelligenza umana. Oggi in Italia e nel mondo l’intelligenza artificiale viene utilizzata in azienda e non solo, per svolgere compiti che all’uomo richiederebbero molto tempo.

Cosa si intende con Intelligenza Artificiale?
Intelligenza artificiale è una sezione di linguistica informatica e informatica che si occupa della formalizzazione di problemi e compiti simili a quelli eseguiti da una persona.

Al giorno d’oggi si tratta di una sotto disciplina dell’informatica che si occupa di studiare la teoria, le tecniche e le metodologie che permettono di progettare sia i sistemi hardware che quelli software in grado di elaborare delle prestazioni elettriche che simulano una pertinenza dell’intelligenza umana. Il risultato del lavoro dell’intelligenza artificiale non dev’essere difficilmente distinguibile da quello svolto da un umano con delle specifiche competenze.

Come funziona l’IA?
Spesso quando si parla o si scrive di intelligenza artificiale ci si riferisce a una delle componenti come l ‘apprendimento automatico. Per avere a che fare con l’AI è necessario che siano presenti sia componenti hardware sia software specializzati per la scrittura e l’addestramento degli algoritmi di apprendimento automatico.

I linguaggi di programmazione, invece, non sono sinonimo di intelligenza artificiale ma intervengono a costruire sistemi informatici e sono molto diffusi come Python, R e Java.

Questo aspetto della programmazione dell’intelligenza artificiale si concentra sull’acquisizione di dati e sulla creazione di regole per trasformare i dati in informazioni utilizzabili. Le regole, chiamate algoritmi, forniscono ai dispositivi informatici istruzioni passo dopo passo su come completare un compito specifico.

La programmazione dell’intelligenza artificiale necessita di tre abilità cognitive:

apprendimento,
ragionamento,
autocorrezione.

In generale, i sistemi di IA funzionano grazie al fatto che riescono a processare enormi quantità di dati. In questo modo creano correlazioni e modelli usati per fare previsioni . Questo processo consente a un chatbot di produrre scambi di informazioni realistici o a uno strumento a imparare a riconoscere le immagini.

5 pro dell’intelligenza artificiale

• L’intelligenza artificiale completa le attività di routine con facilità.
Molte delle attività che completiamo ogni giorno sono ripetitive. Questa ripetizione ci aiuta a incominciare un flusso di lavoro di routine positivo, ma spesso ci vuole anche molto tempo. Con l’AI, le attività ripetitive possono essere automatizzate, perfezionando con precisione l’apparecchiatura al fine di funzionare per lunghi periodi di tempo per completare il lavoro.
• L’intelligenza artificiale può funzionare indefinitamente.
I lavoratori umani sono in genere operativi per 8-10 ore di produzione ogni giorno, mentre l’intelligenza artificiale può continuare a funzionare per un periodo di tempo indefinito. Finché è disponibile una risorsa di energia e l’attrezzatura è adeguatamente curata, le macchine di intelligenza artificiale non sperimentano gli stessi cali di produttività che i lavoratori umani soffrono quando si stancano alla fine della giornata.
• L’intelligenza artificiale fa meno errori.
L’intelligenza artificiale è importante in settori in cui l’accuratezza e la precisione sono la priorità assoluta. Quando non vi sono margini di errore, queste macchine sono in grado di scomporre costrutti matematici complicati in azioni pratiche più rapidamente e con maggiore precisione rispetto ai lavoratori umani.
• L’intelligenza artificiale ci aiuta a esplorare.
Ci sono molti posti nel nostro universo dove sarebbe pericoloso, se non impossibile, cercare una via d’esplorazione. L’intelligenza artificiale ci consente di saperne di più su questi luoghi, favorendo il nostro database di conoscenza delle specie. Possiamo esplorare le parti più profonde dell’oceano, viaggiare verso pianeti inospitali e persino trovare nuove risorse da consumare grazie a questa tecnologia.
• L’intelligenza artificiale può essere utilizzata da chiunque.
Esistono diversi modi in cui la persona media può sfruttare i benefici dell’AI giorno per giorno. Nelle case smart alimentate dall’intelligenza artificiale, il termostato e la regolazione energetica aiutano a ridurre la bolletta mensile. La realtà aumentata consente ai consumatori di visualizzare gli oggetti nella propria casa senza prima acquistarli. Un’AI applicata correttamente permette alla nostra percezione della realtà di essere migliorata, creando un’esperienza personale positiva.

5 contro dell’intelligenza artificiale

• L’intelligenza artificiale ha un costo elevato.
Una nuova intelligenza artificiale è costosa da costruire. Anche se i costi stanno diminuendo, per uno sviluppo individuale si possono comunque raggiungere i 200.000 euro per un’intelligenza artificiale di base. Per le piccole imprese che operano con margini ristretti o con un capitale iniziale basso, può essere difficile trovare i fondi necessari per approfittare dei benefici apportati dall’AI. Per le aziende più grandi, il costo di questa tecnologia può essere anche più elevato a seconda dell’ambito del progetto.
• L’intelligenza artificiale ridurrà le opportunità di lavoro.
Se ci saranno posti di lavoro guadagnati grazie all’intelligenza artificiale, ci saranno anche posti di lavoro persi a causa sua. Qualsiasi occupazione che presenta compiti ripetitivi come parte delle sue funzioni è a rischio di sostituzione da parte di un’intelligenza artificiale in futuro.
• L’intelligenza artificiale avrà il compito di prendere le proprie decisioni.
Una delle maggiori minacce che affrontiamo con l’AI è il suo meccanismo decisionale. Un’intelligenza artificiale è intelligente e ragionata quanto le persone responsabili della sua programmazione iniziale. Ciò significa che potrebbe esserci un certo pregiudizio all’interno dei meccanismi quando è il momento di prendere una decisione importante. Per esempio, nel 2014, una sparatoria negli USA ha indotto le persone minacciate a chiamare Uber per fuggire dall’area. Invece di riconoscere la situazione pericolosa, l’algoritmo usato da Uber ha visto un picco della domanda, decidendo quindi di aumentare i prezzi.
• L’intelligenza artificiale manca di creatività.
Siamo in grado di programmare robot per eseguire attività creative, ma questi non sono in grado di programmare a loro volta sistemi originali.
La nostra attuale intelligenza artificiale corrisponde alla creatività del suo creatore e, poiché manca la creatività, tende a mancare anche l’empatia. Ciò significa che la decisione di un’intelligenza artificiale si basa su quale sia la migliore soluzione analitica possibile, che non sempre potrebbe essere quella corretta da prendere.
Tutto ciò porta a vari dilemmi incontrati, per esempio, nei veicoli a guida automatica: se un pedone decide di attraversare all’improvviso, la macchina non ha la facoltà di decidere quale sarebbe la soluzione migliore fra frenare (danneggiando gli occupanti), sterzare (mettendo in pericolo entrambi le parti) o proseguire (minacciando il pedone).
• L’intelligenza artificiale può mancare di miglioramento.
Un’intelligenza artificiale può essere in grado di cambiare il modo in cui reagisce in determinate situazioni proprio come un bambino smette di toccare una stufa calda dopo essersi preso una scottatura. Ciò che non fa è alterare le sue percezioni, risposte o reazioni in caso di cambiamento di un ambiente. Nell’AI è presente l’incapacità di distinguere determinati tipi di informazioni osservati, oltre i dati generati da tale osservazione diretta.

Il pericolo maggiore

Inoltre secondo gli esperti, l’intelligenza artificiale potrebbe prendere il posto di milioni di lavoratori. E Ibm è una delle prime grandi aziende pronta ad agire di conseguenza. Come ha spiegato il CEO Arvind Krishna a Bloomberg, il colosso dell’informatica prevede di sospendere le assunzioni per i ruoli che potrebbero essere sostituiti dall’intelligenza artificiale nei prossimi anni.Krishna ha dichiarato che il ritmo delle assunzioni rallenterà o verrà addirittura sospeso nei ruoli back-office come le risorse umane. Il ceo di Ibm ha specificato che il 30% di queste professionalità non a contatto con i clienti potrebbero essere sostituito dall’ia e dall’automazione in cinque anni. Questo tipo di lavoratori, ha chiarito il ceo, sono circa 26.000. Ciò comporterebbe il taglio di circa 7.800 posti di lavoro.

Passo dopo passo prende vita la nuova manovra fiscale, che si prefigge l’obiettivo di detassare i redditi sia per i dipendenti che per le partite Iva.

Dopo aver innalzato il limite del regime forfettario da 65.000 a 85.000 euro, il governo inizia a lavorare sui redditi dei dipendenti. Oltre al già annunciato taglio del cuneo fiscale fino al 5%, che porterà nelle tasche dei lavoratori in media 80 euro in più al mese, si pensa  anche a una flat tax sulle tredicesime a partire dal 2024.

Flat tax sulle tredicesime

La flat tax sulle tredicesime, e il relativo minor carico fiscale, è anche una mossa per stimolare l’economia: si punta infatti a dare maggiore liquidità ai lavoratori durante il periodo natalizio in cui le vendite aumentano. In programma anche la semplificazione dell’Irpef e il relativo passaggio da quattro a tre aliquote e per i lavoratori autonomi l’addio all’Irap.

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Sia per il taglio del cuneo fiscale che la flat tax per i dipendenti servono circa 20 miliardi di euro ed il governo è già a lavoro per cercare le coperture. Diversi miliardi dovrebbero arrivare dal taglio di alcuni bonus che negli anni si sono dimostrati improduttivi e dal maggior gettito fiscale che dovrebbe arrivare da una tassazione più equa. Inoltre il governo italiano esprime ottimismo ricordando i segnali positivi in arrivo dalle variabili macroeconomiche e dalla spinta alla crescita.

Nel frattempo però alla tredicesima del 2023 non si applica il nuovo taglio del cuneo fiscale previsto dal Decreto Lavoro.

Addio all’Irap

Un’altra intenzione del governo Meloni è quella di dire addio all’Irap (Imposta regionale sulle attività produttive), che sarà sostituita dalla “istituzione di una sovraimposta tale da assicurare un equivalente gettito fiscale atto a garantire il finanziamento del fabbisogno sanitario, nonché il finanziamento delle Regioni che presentano squilibri di bilancio sanitario ovvero che sono sottoposte a piani di rientro”. Così si legge nella bozza del disegno di legge delega sulla riforma fiscale.

Affitti e fringe benefit

Ulteriori spinte all’economia potrebbero arrivare con l’introduzione di una cedolare secca sui redditi da immobili non abitativi e l’aumento da 258 euro a un massimo di 3.000 euro per i fringe benefit elargiti dai datori di lavoro ai dipendenti.

Il 1° Maggio, giornata simbolo dei lavoratori, è stato approvato dal Consiglio dei ministri il decreto lavoro che ha introdotto uno speciale bonus una tantum rivolto ai lavoratori assunti con contratto a tempo determinato che non vengono stabilizzati dall’azienda.

Il Decreto lavoro si prefigge l’obiettivo di cambiare le regole per i contratti a tempo determinato rendendolo più semplice per le aziende prorogarli fino alla scadenza di 24 mesi.

Nel frattempo, per tutelare coloro che dopo un’esperienza di 24 mesi (o anche inferiore) non vengono confermati dall’azienda viene introdotto un apposito bonus del valore di 500 euro da corrispondere alla scadenza del rapporto di lavoro.

Con il Decreto lavoro approvato il 1 maggio il Consiglio dei ministri rivede le regole del decreto dignità emanato dal governo Conte,  favorendo la sottoscrizione di contratti a tempo determinato più lunghi, dando così alle aziende maggior tempo per valutare se stabilizzare l’assunzione.

Ciò avviene modificando le causali che consentono la prosecuzione del rapporto di lavoro dopo i 12 mesi. Nel dettaglio, viene stabilito che il rinnovo è consentito in presenza di una delle tre condizioni:

  • nei casi previsti dai contratti collettivi nazionali, territoriali o aziendali stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale e dai contratti collettivi aziendali stipulati dalle loro rappresentanze sindacali aziendali (rsa) ovvero dalla rappresentanza sindacale unitaria (rsu);
  • in assenza di un accordo collettivo di cui al precedente punto a), e comunque entro il 31 dicembre 2024, per esigenze tecniche, organizzative e produttive individuate dalle parti;
  • per sostituzione di altri lavoratori.

In presenza di uno dei succitati punti, quindi, il rapporto di lavoro può proseguire fino a 24 mensilità. Quindi viene dato sia al datore di lavoro che al dipendente, viene una maggiore autonomia nel valutare se e come proseguire il rapporto di lavoro dopo il termine di 12 mesi.

Caratteristiche del bonus

L’obiettivo è di fare in modo che l’azienda sia incentivata a tenere il lavoratore almeno un anno in più, così poi da poterlo stabilizzare, avendo valutato le proprie capacità. A tal proposito, dovrebbe essere previsto anche un “paracadute” per quei dipendenti che nonostante un rapporto di lavoro di 24 mesi non vengono poi confermati in azienda.

Nell’ultima bozza del Decreto lavoro è comparso questo bonus del valore massimo di 500 euro destinato dal lavoratore che al termine della durata del contratto a termine non viene assunto a tempo indeterminato. Bonus di cui molto probabilmente dovrà farsi carico dell’azienda, mentre lo Stato continuerà a finanziare la Naspi.

Ad avere diritto al bonus sarebbero anche i dipendenti a tempo determinato da un periodo inferiore ai 24 mesi. In tal caso, ossia se alla scadenza del contratto non ci sarà la trasformazione a tempo indeterminato, spetterà comunque un’indennità una tantum ma l’importo sarà commisurato alla durata del rapporto. È presumibile pensare, quindi, che se la scadenza avviene dopo 12 mesi l’importo dell’indennità sarà di 250 euro.

Nell’ultimo aggiornamento delle previsioni macroeconomiche di State Street Global Advisors disponibilità, domanda e qualità del credito sembrano destinate a peggiorare d’ora in avanti.

Un aspetto positivo però è rappresentato dal fatto che l’indebolimento della domanda e l’inasprimento delle condizioni del credito dovrebbero contribuire all’accelerazione della disinflazione in corso, consentendo alle banche centrali di porre fine al ciclo di inasprimento della politica monetaria prima del previsto.

Nel corso del 2022 l’economia dell’Eurozona ha registrato un importante crescita del PIL che ha toccato il 3,5%, di gran lunga superiore a quella degli Stati Uniti. Un cuscinetto di surplus di risparmi, sussidi fiscali significativi per aiutare le famiglie a far fronte al caro energia ed il sostegno della domanda per il settore turistico hanno permesso alla spesa reale dei consumatori di crescere del 4,3% nel 2022 (il livello più elevato dal 2001), nonostante un tasso di inflazione superiore all’8%.

Altrettanto apprezzata è stata la forte crescita riportata dagli investimenti a reddito fisso che, secondo State Street Global Advisors, non solo rappresenta un fattore positivo per l’attuale fase di crescita, ma anche un possibile driver dell’aumento della produttività.

Il quadro appare invece molto meno roseo per il 2023. Come scrive State Street Global Advisors, “Il ritardato effetto negativo dell’elevata inflazione si traduce in una crescita ridotta della spesa per i consumi per quest’anno, anche se non prevediamo una contrazione totale. I flussi legati al turismo dovrebbero contribuire a limitare i danni. La spesa per gli investimenti subisce un rallentamento analogo: si tratta di un fenomeno su larga scala, ma senza una vera e propria contrazione in un particolare segmento dell’economia”.

Alla luce della resilienza dimostrata e degli ultimi dati, quello che sembrava un approccio ottimistico solo tre mesi fa oggi non lo sembra abbastanza: per questo motivo, scrive State Street Global Advisors, “abbiamo rivisto leggermente al rialzo le previsioni per il 2023, portandole a 0,7%, ancora lievemente al di sopra del consensus in rapida ascesa, tuttavia non più in modo significativo”.

Quali prospettive per l’inflazione

Anche se il peggio è passato, il tema dell’inflazione continua ad essere rilevante. “Stimiamo che l’inflazione headline rallenterà, passando dall’8,4% dell’anno scorso a circa il 5,5% per quest’anno, prima di subire una brusca decelerazione scendendo al di sotto del 3% nel 2024. Persistono le preoccupazioni legate ad una risposta tardiva alla spirale prezzi-salari, anche se finora gli accordi salariali che entreranno in vigore sono stati rassicuranti in tal senso” si legge nel report.

Le prossime mosse della BCE

Negli ultimi mesi, la Bce ha reagito in ritardo per combattere l’inflazione con manovre restrittive che si sono tradotte in un aumento dei tassi di 50 punti base a marzo, solo pochi giorni prima che le turbolenze del settore bancario si diffondessero in Europa. Secondo State Street Global Advisors, “Gli interventi di rialzo dei tassi non sembrano ancora essere giunti al termine ma ci siamo quasi“.

“Prevediamo un ulteriore incremento di 25 punti base entro la metà dell’anno, seguito da un lungo periodo in cui i tassi rimarranno invariati (a patto che le condizioni di mercato lo permettano). Si potrebbe ragionevolmente pensare che la Bce dovrebbe forse intervenire un po’ di più, ad esempio con ulteriori incrementi di 50 punti base, ma dati i rischi che si stanno diffondendo nel settore bancario, sembra più opportuno un approccio più cauto” conclude State Street Global Advisors.

Il governo Meloni è pronto a mettere in campo un nuovo incentivo “rafforzato”, per cercare di contrastare il problema “Neet” (ragazzi che non studiano e non lavorano), che in Italia sfiorano  i 3 milioni di giovani,

Il decreto prevede che: ai datori privati che assumono under30 Neet che sono registrati al programma operativo nazionale “Iniziativa occupazione giovani” è riconosciuto un incentivo per un periodo di 12 mesi pari al 60% della retribuzione mensile lorda imponibile ai fini previdenziali. La bozza di norma spiega che si deve trattare di nuove assunzioni effettuate a decorrere dal 1° giugno e fino a fine anno. Il contributo è riconosciuto per le assunzioni a tempo indeterminato, anche a scopo di somministrazione, e per l’apprendistato professionalizzante (l’apprendistato di secondo livello). L’incentivo non si applica ai rapporti di lavoro domestico.

L’agevolazione è corrisposta mediante conguaglio nelle denunce contributive mensili. La domanda per la fruizione dell’incentivo è trasmessa, attraverso apposita procedura telematica, all’Inps, che, entro cinque giorni, sempre on line, comunica la disponibilità di risorse per l’accesso all’incentivo. In caso positivo, a favore del richiedente, scatta una riserva di somme pari all’ammontare previsto dell’incentivo. Entro sette giorni dovrà essere firmato il contratto incentivato, ed entro i successivi sette giorni, si dovrà comunicare a Inps, ancora in via telematica, l’avvenuta stipula del rapporto di lavoro. In caso di mancato rispetto di questa tempistica il richiedente decade dalla riserva di somme operata in suo favore, che vengono quindi rimesse a disposizione di ulteriori potenziali beneficiari.

Un’ulteriore buona notizia e che questo incentivo è cumulabile con l’esonero totale (triennale) per nuove assunzioni (incluse le trasformazioni di rapporti a termine) a tempo indeterminato di under36 effettuate dal 1° gennaio al 31 dicembre 2023, prorogato dall’ultima legge di Bilancio, ma anche con altri esoneri o riduzioni delle aliquote di finanziamento previsti dalla normativa vigente (ovviamente limitatamente al periodo di applicazione degli stessi). In caso di cumulo con altra agevolazione, l’incentivo è riconosciuto nella misura del 20% della retribuzione mensile lorda imponibile ai fini previdenziali per ogni lavoratore Neet assunto.

Le somme sono riconosciute da Inps in base all’ordine cronologico di presentazione delle domande, qualora i fondi si dimostrino insufficienti, l’Istituto non prende più in considerazione ulteriori domande, fornendo immediata comunicazione anche attraverso il proprio sito istituzionale.

Lo stanziamento prevede una somma di 80 milioni nel 2023 sul programma operativo nazionale “Iniziativa occupazione giovani”, secondo la ripartizione regionale individuata da un provvedimento Anpal da emanarsi entro 30 giorni dall’entrata in vigore del decreto Lavoro. Per il 2024 la copertura è stimata in 51,8 milioni.

Il tema Neet è quanto mai urgente (e di fatto rappresenta il vero flop di Garanzia giovani). Abbiamo superato quota tre milioni di persone, ovvero un giovane su quattro nella fascia d’età 15-34 anni (25,1%). Se si riporta il dato a un confronto europeo, considerando la fascia d’età 15-29 anni stabilita dalla Ue per identificare il fenomeno, l’Italia registra il più alto tasso di Neet (23,1%) contro una media del 13,1% per i 27 Paesi dell’Unione . Un tasso sostanzialmente invariato nell’ultimo decennio e ben lontano dall’obiettivo fissato da Bruxelles di vederlo ridotto al 9% entro il 2030.

«La platea dei Neet è costituita dai ragazzi che hanno finito la scuola ma non riescono a inserirsi nel mondo del lavoro. C’è quindi prima di tutto un tema di riattivazione di queste persone – ha sottolineato Maurizio Del Conte, professore di diritto del Lavoro all’università Bocconi, e tra i principali esperti italiani di politiche attive e formazione -. Serve quindi andarli a cercare, lavorare sulle competenze, soprattutto soft skills, per renderli occupabili. Sono partite alcune interessanti sperimentazioni in questa direzione, che ora vanno approfondite. Certo tutto aiuta, anche gli incentivi economici. Ma senza un intervento organico, da soli, rischiano di non centrare l’obiettivo».

Il governo è al lavoro già da qualche settimane ed importanti novità sono attese per imprese e professionisti sullo sblocco dei crediti incagliati e sulla possibilità di cessione del credito.

Dopo lo stop imposto dal Governo alla cessione del credito e allo sconto in fattura, i primi segnali di apertura arrivano da parte delle banche che stanno riaprendo la possibilità di acquisizione dei crediti.

Uno dei problemi più grandi a proposito dello stop alla cessione del credito e dello sconto in fattura riguarda, infatti, i diversi crediti incagliati ovvero bloccati che non si possono acquistare o vendere. Secondo quanto calcolato dall’ANCE ammonta ad almeno di 15 miliardi di crediti di imposta bloccati relativi al Superbonus 110% e bonus per l’edilizia.

Dopo i continui cambiamenti normativi sembra riaprire, quindi, il mercato della cessione dei crediti collegati al Superbonus: dalla Camera e dal Senato arriva l’ok definitivo alla legge di conversione del dl 11/2023 con alcuni provvedimenti per lo smaltimento dei crediti bloccati.

Tra le soluzioni prospettate per sbloccare il sistema del Superbonus, il Governo è al lavoro per creare entro giugno 2023 una piattaforma per lo sblocco dei crediti con Enel X come veicolo, relativamente ai lavori già avviati prima di metà febbraio. Si tratterebbe di un portale online apposito per il ricircolo dei crediti tramite cui sarebbe possibile vendere e riacquistare crediti, immettendoli nuovamente in circolazione.

Il Ministro dell’Economia Giorgetti ha annunciato l’accordo tra le banche ed il Governo per sbloccare i crediti incagliati per rimettere in circolo i crediti, derivati soprattutto dal Superbonus 110%, e sbloccare i cantieri fermi.

Le banche quindi si apprestano a ripartire con la cessione dei crediti, meccanismo fondamentale per ravvivare il settore edile in generale.

A seguito delle novità annunciate dal governo Poste italiane e alcune banche (Intesa Sanpaolo e Unicredit), stanno lavorando ad uno sblocco dei crediti.

Tra gli emendamenti presentati ed approvati dalla Camera, di particolare importanza è quello relativo all’estensione del termine ultimo per la presentazione della comunicazione all’Agenzia delle Entrate: il termine slitta dal 31 marzo al 30 novembre, data ultima di presentazione della dichiarazione dei redditi riferita al 2022. Pertanto, è prevista la possibilità di utilizzare il meccanismo della remissione in bonis per presentare la comunicazione di cessione alle Entrate in ritardo, senza perdere il diritto all’opzione, ma a fronte del pagamento di una sanzione di 250 euro.

Grazie a queste novità, alcune banche hanno annunciato di voler riprendere la cessione del credito: la prima a farlo, ufficialmente è Unicredit ed Intesa Sanpaolo.

Segnali di riapertura circa l’acquisto dei crediti edilizi incagliati arrivano anche da Cassa Depositi e Prestiti e da Poste Italiane.

A tal riguardo riportiamo, rispettivamente, le dichiarazioni fatte dall’amministratore delegato di Cassa Depositi e Prestiti, Dario Scannapieco, e dal condirettore generale di Poste Italiane, Giuseppe Lasco:

Per il momento non siamo direttamente coinvolti in nessuna iniziativa, ma se ce n’è una di sistema che può dare una mano alla ripresa del Paese siamo disponibili a valutarla con serenità e obiettività.

Siamo assolutamente pronti per ripartire, laddove ci sia una condivisione, anche con il Governo, perché anche alla luce delle ultime disposizioni del governo la nostra attività è diretta ai privati, alle famiglie.

La banca Unicredit ha messo a punto una soluzione per imprese, artigiani e professionisti che hanno completato i lavori, dando loro la possibilità di cedere i crediti fiscali maturati a fronte di sconto in fattura per spese sostenute nel 2022. Lo scopo è quello di smobilizzare tali crediti ed ottenere così la liquidità necessaria per proseguire la propria attività e per questo già questi giorni riapre la possibilità della cessione del credito collegato al Superbonus ed agli altri bonus edilizi al fine di agevolare coloro che hanno completato i lavori e hanno necessità di cedere i crediti, avendo raggiunto la capienza fiscale.

I clienti titolari di conto corrente presso la banca avranno la possibilità di cedere i crediti di imposta al verificarsi di determinate condizioni: i crediti devono derivare da sconto in fattura, devono riferirsi a spese sostenute nel 2022 e l’ammontare complessivo del credito per singola pratica deve essere superiore a 10.000 e inferiore ai 600.000 euro.

Anche Banca Intesa si sta muovendo verso la stessa direzione avendo siglato un accordo con L’università Luiss per un valore fiscale di circa 60 milioni di euro.

Grazie all’aumento dell’inflazione, aumentano in maniera considerevole anche le spese di gestione e le commissioni sui conti correnti in quasi tutti i grandi gruppi bancari d’Italia. Spinti come abbiamo detto dall’inflazione, arrivata a gennaio al 10,1% su base annua, i costi allo sportello per i clienti degli istituti di credito sono saliti in 12 mesi fino al +10%, con una differenza di circa 200 euro tra le tariffe più care e quelle più convenienti.

Il rapporto di Altroconsumo raccoglie le variazioni applicate dai maggiori istituti di credito tra i 400 conti correnti presenti nella sua banca dati, dal 6 febbraio 2022 al 31 gennaio 2023, sulla base della stima orientativa dell’Indicatore dei costi complessivi annuo (Icc), valore standard creato secondo i parametri della Banca d’Italia.

A subire i maggiori rincari sono i giovani, categoria solitamente più agevolata, che hanno visto i costi dei loro conti correnti aumentare di media del 10%, incremento maggiore di quello subito dalle famiglie (+8,1%) e dai pensionati (+7,9%)

In numero assoluto, l’analisi dell’associazione dei consumatori ha rilevato per i correntisti tra i 27 e i 35 anni un rincaro di 76 euro a fronte di 164 operazioni in media all’anno, di 160 euro per i nuclei familiari (228 operazioni all’anno) e di 151 euro per i pensionati (189 operazioni all’anno).

Confronto tra istituti di credito

I giovani che spendono di più sono i clienti Unicredit con un Icc di 188,05 euro, mentre i costi per i correntisti di Intesa sotto i 35 anni sono pari a zero e l’aumento più consistente è quello di Deutsche Bank: da 86,90 a 118 euro.

Anche per le famiglie Unicredit è la meno conveniente con 264,76 euro costo medio, Mps è la più conveniente con 92,60 euro, mentre la variazione maggiore la fa segnare Intesa San Paolo, che passa da 159,70 a 204,80.

Per i pensionati il conto più caro è ancora Unicredit con 251,98 euro e il più economico è quello di Mps (86,60 euro), con il rincaro maggiore registrato nel conto Xme conto di Intesa, da 155,50 euro a 200,80 euro.

Diversa la situazione dei costi per le banche online e alternative. Gli aumenti in questi casi sono stati più limitati: del 2,97% per i giovani, del 2% per le famiglie e dell’1,53% per i pensionati.

I conti online di Bbva per le fasce d’età più basse e le famiglie rimangono a zero, ma mentre le tariffa più alte diminuiscono per entrambe le categorie, per i giovani rimane la più cara quella di Illimity (30,50 euro), per le famiglie diventa invece quella di Banca Sella a 61,70 euro

In generale crescono quasi tutte le voci di spesa sui conti correnti delle tre categorie di correntisti presi in esame: nel 2023 il bonifico allo sportello costa in media 5,54 euro, in crescita dell’11,14%, mentre serve un euro per il bonifico online a fronte degli 0,86 centesimi dello scorso anno, per una variazione del +16,59% e il prelievo dagli Atm di altre banche si paga in media 2,11 euro (+2,37%).

Crescono anche i costi delle carte di credito (+15,28%), delle carte di debito (+1,11%) e del tasso passivo sullo scoperto +4,15% mentre raddoppia il tasso attivo sulle giacenze (100%).