Il bonus frigorifero 2023 rientra tra il bonus elettrodomestici, il quale prevede una detrazione IRPEF del 50% sul prezzo di acquisto di un elettrodomestico appartenente alla classe energetica elevata.

Bonus frigorifero 2023: caratteristiche

Tale agevolazione consiste in una detrazione IRPEF prevista dal noto bonus mobili ed elettrodomestici 2023.

La detrazione fiscale per l’acquisto di un frigorifero viene inserita all’interno della dichiarazione dei redditi ed è pari al 50% del costo dell’elettrodomestico.

Per beneficiare della detrazione il frigorifero deve essere un nuovo acquisto e deve soprattutto fare parte della categoria degli elettrodomestici ad alta efficienza energetica.

Inoltre, per poter usufruire della detrazione del 50% il frigorifero nuovo deve appartenere alla classe energetica A+ o superiore.

Altro requisito per poter accedere al contributo è l’obbligo di effettuare lavori di ristrutturazione, che possono riguardare anche altre stanze!

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I lavori di ristrutturazione possono infatti interessare qualsiasi stanza in casa, ma devono essere stati eseguiti prima dell’acquisto del nuovo frigorifero.

Rientrano nel bonus frigo anche le spese di trasporto e montaggio!

La detrazione fiscale è prevista su un limite massimo di spesa per l’acquisto dell’elettrodomestico pari a 8.000 euro e viene ripartita in quote uguali per 10 anni.

Inoltre, il bonus frigorifero 2023 è ovviamente cumulabile con il bonus ristrutturazione 2023.

Bonus frigorifero 2023: solo con lavori di ristrutturazione

Come appena descritto sopra, uno dei requisiti essenziali per poter beneficare del bonus frigorifero 2023 è dimostrare di aver effettuato dei lavori di ristrutturazione in casa, di tipo straordinario.

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Questo significa tutti gli interventi di ristrutturazione edile sono ammessi per poter beneficiare della detrazione IRPEF del 50% per l’acquisto di un frigorifero.

Gli interventi di tipo ordinario, come tinteggiatura o sostituzione degli infissi, non concedono il diritto all’agevolazione prevista dal bonus frigorifero 2023.

Inoltre è essenziale sapere che per godere dell’agevolazione di detrazione fiscale, i lavori di ristrutturazione devono essere antecedenti all’acquisto dell’elettrodomestico.

Tale bonus può essere richiesto sia per l’abitazione principale che per seconde case.

Bonus frigorifero 2023: pagamenti ammessi e come richiederlo

Per usufruire del bonus frigorifero 2023 è necessario che tutti i pagamenti avvengano con mezzo tracciabile.

In generale, i pagamenti ammessi sono quelli effettuati tramite bonifico parlante, bancario o postale, con quindi annessa causale, codice fiscale del beneficiario e codice fiscale o numero di partita iva del venditore. In alternativa, sono validi anche i pagamenti effettuati attraverso carte di credito o di debito.

Anche nel caso di pagamenti rateizzati la detrazione fiscale è ammessa rispettando però alle stesse modalità di pagamento.

Il bonus frigorifero 2023 non ammette come modalità di pagamento i contanti, in quanto non tracciabile.

Per beneficiare della detrazione è necessario riportare nell’apposito spazio dedicato nel Modello 730 la quota calcolata e relativa alla spesa effettuata per il nuovo frigorifero.

L’importo dovuto verrà erogato dal Fisco ogni anno per dieci anni. Per esempio, se il costo ammonta a 2.000 euro, la quota da riportare ogni anno per dieci anni, nel proprio Modello 730, deve essere pari a 100 euro.

La tua rata del mutuo è diventata insostenibile? Vuoi chiede alla banca la sospensione del mutuo o la possibilità di allungare la rata? Ecco le novità per chi ha un mutuo a tasso variabile. Grazie all’accordo tra il ministero dell’economia e l’ABI. L’accordo prevede la possibilità di allungare la durata dei mutui in modo da alleggerire il peso della rata, ampliamento della platea dei mutui a tasso variabile che possono passare al meno rischioso e anche un po’ meno oneroso tasso fisso, il tutto pubblicizzando al massimo la possibilità, per chi è in difficoltà economica, di sospendere del tutto per 18 mesi il pagamento delle rate, attivando il Fondo «Gasparrini». Opzione valida per chi ha un mutuo fino a 250mila euro.

L’accordo tra ministero e ABI

È un accordo in tre mosse quello raggiunto tra Ministero dell’Economia e Abi, l’associazione delle banche, che lo ha fatto proprio trasformandolo in una circolare che verrà ora inviata alle associate. Le quali resteranno comunque libere di aderire o meno all’iniziativa e decidere sia di quanto consentire l’allungamento della durata che l’allargamento dell’area di chi può beneficiare del passaggio al tasso fisso. Opzione oggi consentita a chi ha un reddito Isee non superiore a 35mila euro e un mutuo non più alto di 200 milioni. Parametri che potrebbero essere innalzati rispettivamente a 45mila e 400mila euro. Tutto è però basato su una moral suasion che sia al Mef che nella stessa Abi si dicono convinti possa funzionare. Anche perché più di questo nero su bianco non si poteva mettere senza correre il rischio di incappare in un richiamo dell’Anti-trust.

Si tratta di un accordo che impatta comunque su ben 425 miliardi di euro erogati sotto forma di mutui alle famiglie italiane, di cui il 67% a tasso fisso e il 37% al variabile.

«L’Abi – è scritto nel testo che la stessa associazione sta per diffondere tra le banche – raccomanda che ai primi segnali di possibili difficoltà il titolare del mutuo si rivolga alla propria banca per valutare le possibili soluzioni per affrontare l’aumento dei tassi di interesse».

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Quali soluzioni all’aumento delle rate

Le soluzioni consistono nella possibilità di «concordare con la propria banca l’allungamento della durata del proprio mutuo o chiedere una revisione di altre condizioni contrattuali». Coloro che hanno scelto un mutuo a tasso variabile in Italia hanno una un ulteriore serie di possibilità per modificare le condizioni contrattuali del proprio mutuo, tra queste: la «surrogazione» o «portabilità dei mutui» che consente – senza spese – di cambiare la banca mutuante e modificare le caratteristiche del finanziamento originario in termini, ad esempio, di durata, la tipologia di tasso interesse o livello di quest’ultimo. Poi la rinegoziazione dei contratti di mutuo ipotecario introdotta dall’art.1, comma 322, della Legge 29 dicembre 2022, n. 197 (Legge di Bilancio 2023), per cui il mutuatario ha il diritto di ottenere, a determinate condizioni, la trasformazione del mutuo da tasso variabile a tasso fisso».

L’Abi ricorda poi che «esiste la possibilità di sospendere il pagamento delle rate dei mutui per le famiglie in difficoltà attraverso l’attivazione da parte delle banche del Fondo di solidarietà per i mutui».

Tutto questo dovrà però avvenire nel rispetto dei paletti posti dall’Eba, l’Associazione bancaria europea: ossia che non si sia andati oltre i 90 giorni consecutivi di mancato pagamento e che la ricontrattazione del mutuo non costi alla banca più dell’1% del valore del prestito stesso. Questo vuol dire che qualora si opti per un allungamento della durata del mutuo, non ci saranno oneri a carico del mutuatario per le pratiche amministrative necessarie al cambio, ma questi finirà comunque per pagare un maggiore importo in termini di interessi per evitare che la banca, rimettendoci oltre il fatidico 1%, debba poi dichiarare insolvente il mutuatario. Con tutto quel che ne consegue in termini di impossibilità ad accedere in futuro a nuove linee di credito.

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Quali conseguenze?

Però è indubbio che allungando i tempi di rimborso la rata diventi più leggera. Tanto per capire, con un mutuo di 200mila euro a 25 anni sottoscritto nel 2018, passando a una durata di 29 anni la rata verrebbe a ridursi da 1.298 a 980 euro.

Tra le altre possibilità di chiedere una revisione delle condizioni contrattuali, le singole banche potrebbero anche scegliere di far rimborsare per un certo numero di anni solo gli interessi sul debito, facendo poi riprendere regolarmente il rimborso del capitale, che le banche andrebbero ad accantonare proprio per non dover poi essere costrette a dichiarare in default i mutuatari. Ipotizzando un mutuo ventennale sottoscritto nel 2013 con tasso al 5%, la rata di soli interessi per un periodo mettiamo di 4 anni scenderebbe da 984 a 374 euro. Ma scaduta la tregua, ossia quando si torna a rimborsare anche il capitale, la rata diventa ancora più pesante di prima, perché la parte di ammortamento del prestito si spalmerebbe su meno anni. Quindi una mossa utile in casi disperati ma poco conveniente.

Sono stati appena comunicati gli elenchi dei beni acquistabili con la carta spesa alimentare. Dalle carni al caffè, dal pesce fresco al latte in polvere, esclusi birra, vino e marmellata. Sono 23 le voci incluse nella lista dei cibi acquistabili con la Carta spesa alimentare, lanciata dal governo per aiutare le famiglie più bisognose a far fronte ai rincari di generi alimentari. Cresce la polemica sui generi non acquistabili attraverso la carta che sarà consegnata la prossima settimana negli uffici postali, ma il ministro della Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida risponde: «Non imponiamo diete».

Presenti il latte e i suoi derivati

Nelle liste dei beni acquistabili con la carta spesa alimentare o “dedicata a Te” predisposta dai ministeri dell’Agricoltura e dell’Economia, sono incluse le carni di maiale, pollo e tacchino, manzo, pecora, capra e coniglio, così come il pescato fresco. Ci sono ortaggi freschi e lavorati, pomodori pelati e conserve di pomodori. Presenti naturalmente il latte e i suoi derivati, inclusi quindi yogurt e formaggi, così come le uova, l’olio d’oliva e di semi, i prodotti di panetteria, di pasticceria e i biscotti.

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Dallo zucchero ai legumi

La carta spesa alimentare contro il caro-carrello, contenente i 382,5 euro, permetterà di acquistare anche farina, pasta e altri cereali, come riso, orzo, farro, avena, malto, mais, così come legumi, semi e frutta. Inoltre, lieviti naturali, miele (ma non marmellata), zucchero, cacao in polvere, cioccolato, acque minerali, aceto di vino (ma non balsamico) e gli alimenti per la prima infanzia, come omogeneizzati, pastine e latte di formula. L’ultima voce, infine, include caffè, tè e camomilla.

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Promossi acquisti di filiere corte e italiane

«Ci sono quasi tutti i prodotti dell’alimentazione, figuriamoci se andiamo ad individuare che cosa nello specifico devono mangiare i nostri cittadini, però se possiamo attivare filiere che danno lavoro lo facciamo», chiarisce Lollobrigida. «Ho individuato quei prodotti, tra i generi alimentari, che avessero un consolidato nelle produzioni di carattere interno», quindi «l’elenco richiama, per il 90%, a produzioni che derivano dal nostro territorio». È uno strumento «indirizzato a promuovere acquisti di filiere corte e italiane, che sono, per definizione, produzioni di qualità».

L’Inps ha concordato con la Banca d’Italia le date di accredito dell’assegno unico nei mesi che vanno da Luglio a Dicembre.

L’assegni unico, che come ricordiamo ha inglobato tutti bonus alla nascita, assegni familiari e detrazione per figlio a carico, è diventato un aiuto fondamentale per le famiglie italiane.

Nei mesi scorsi si sono susseguiti ritardi e rallentamenti che hanno causato parecchi problemi al bilancio familiare, già tartassato dall’aumento dei tassi di interesse.

Per coloro che hanno beneficiato dell’assegno unico già nei mesi precedenti o nei casi in cui la rata della prestazione non abbia subito variazioni, i pagamenti saranno effettuati il 17, 18 e 19 luglio.

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Le altre date

Qui di seguito le altre date di accredito dell’assegno unico.

agosto 2023: pagamento distribuito su tre giornate: 18 (venerdì), 21 (lunedì) e 22 (martedì);
settembre 2023: 15 (venerdì), 18 (lunedì) e 19 (martedì);
ottobre 2023: 17 (martedì), 18 (mercoledì) e 19 (giovedì);
novembre 2023: 16 (giovedì), 17 (venerdì) e 20 (lunedì);
dicembre 2023: 18 (lunedì), 19 (martedì) e 20 (mercoledì).

Di tale argomento ha parlato il, presidente del forum delle Associazioni familiari, dichiarandosi soddisfatto per l’accordo tra Inps e Banca d’Italia – «che hanno raccolto la nostra istanza» – per concordare le date dei pagamenti dell’assegno unico da luglio fino a dicembre».

Il Forum rappresenta 54 associazioni e 19 forum regionali, per un totale di circa 5 milioni di persone. Prosegue Bordignon: «Ma non possiamo accontentaci solo di rimanere a galla, serve un piano strutturato per le politiche familiari, a cominciare da una revisione dell’assegno unico senza il freno dell’Isee e da una riforma fiscale che tenga finalmente conto della numerosità dei componenti del nucleo familiare, non solo per ridare potere di acquisto alle famiglie, ma anche per mettere le famiglie italiane nella condizione di essere realmente motore per tutto il Paese».

Ai fini della dichiarazione dei redditi per l’anno 2022 è ancora possibile usufruire della detrazione per i figli a carico, con meno di 18 anni o 21 anni se studenti, solo per i mesi di gennaio e febbraio.

Il reddito di cittadinanza è agli sgoccioli! Già dal mese di agosto milioni di italiani diranno addio al reddito di cittadinanza nella sua forma iniziale. Saranno molto più frastagliate la categorie dei nuovi beneficiari e con parecchie sfaccettature.

La durata massima per l’erogazione del redditi di cittadinanza alle famiglie nelle quali non ci sono minori, disabili o over 60 è di sette mesi, quindi a luglio si esaurisce la possibilità di avere la misura. L’inps precisa che questa misura scade per tutti a fine 2023, mentre dal 2024 entreranno in vigore le regole già comunicate nel decreto di maggio. L’istituto spiega anche che i ragazzi tra i 18 e i 29 anni che fanno parte di famiglie con il Reddito di cittadinanza e che non hanno completato i 10 anni di istruzione obbligatoria e hanno quindi lasciato la scuola prima dei 16 anni, non avranno diritto alla quota del reddito di cittadinanza.

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Rdc decade dopo la prima offerta congrua di lavoro

Addio al Reddito di cittadinanza già da agosto anche se si rifiuta la prima offerta congrua di lavoro. «La legge di Bilancio 2023 – si legge nella circolare Inps – è ulteriormente intervenuta sulla materia stabilendo che la decadenza dal Reddito di cittadinanza interviene dopo il rifiuto della prima offerta di lavoro congrua».

L’offerta è ritenuta congrua se rispetta i principi di coerenza con le esperienze e le competenze maturate; distanza dalla residenza e tempi di trasferimento mediante mezzi di trasporto pubblico; durata della disoccupazione; retribuzione superiore di almeno il 10% del beneficio massimo fruibile da un solo individuo, inclusivo della componente a integrazione del reddito dei nuclei residenti in abitazione in locazione. Il luogo di lavoro dell’offerta deve essere entro ottanta chilometri di distanza dalla residenza del beneficiario o comunque raggiungibile nel limite temporale massimo di cento minuti con i mezzi di trasporto pubblici.

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A luglio stop Rdc per nuclei senza disabili, minori e over 60

Dal 1° gennaio 2023 al 31 dicembre 2023, ai sensi dell’articolo 1, comma 313, della legge n. 197/2022, ricorda l’Inps, la misura del Reddito di cittadinanza è riconosciuta ai beneficiari nel limite massimo di sette mensilità (in precedenza erano 18 mesi, rinnovabili dopo un mese di sospensione). Sono esclusi «i nuclei familiari al cui interno vi siano persone con disabilità, minorenni o persone con almeno sessant’anni di età».

In particolare sono escluse le persone «in condizione di disabilità media, grave e di non autosufficienza». «Per tali soggetti, oltre che per i minorenni e le persone con almeno sessant’anni di età, compresi i percettori di Pensione di cittadinanza, quindi, la durata della prestazione continuerà a essere quella indicata dal decreto 4/2019. In tutti i casi sopra richiamati, tuttavia, l’erogazione della prestazione non potrà proseguire oltre il 31 dicembre 2023. A decorrere dal 1° gennaio 2024, infatti, l’abrogazione degli articoli da 1 a 13 del decreto-legge n. 4/2019, prevista dall’articolo 1, comma 318, della legge di Bilancio 2023, comporterà l’eliminazione della prestazione».

Crescono in maniera significativa le insolvenze su prestiti e mutui. Si stima che  a marzo 2023 il totale delle rate non pagate da quasi un milione di famiglie italiane si è attestato a quasi 15 miliardi. Nel mese di luglio tale cifra potrebbe arrivare a 19 miliardi.

A pesare sui bilanci familiari è stato soprattutto il rialzo continuo dei tassi di interesse adottato dalla BCE per contrastare la corsa dell’inflazione. Da un’analisi della F.a.b.i. emerge che sono 14,9 miliardi di crediti deteriorati.

Di questi 6,8 miliardi sono mutui non pagati, altri 3,7 sono rate di credito al consumo non rimborsato e altri 4,3 rientrano tra arretrati di altri prestiti personali. Per Lando Maria Sileoni, «è ormai evidente che l’azione della Banca centrale europea per contrastare l’inflazione non sta generando i frutti sperati. I prezzi non calano e l’aumento  dei tassi di interesse su prestiti e mutui che mette in difficoltà sia le famiglie sia le imprese».

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Crescono sofferenze e incagli

Le analisi effettuate evidenziano come 5,7 miliardi sono sofferenze, cioè credito che la clientela non rimborserà più, altri 7,1 miliardi sono inadempienze probabili.

Significa che le banche non recupereranno, mentre circa 2 miliardi sono rate scadute, quindi posizioni debitorie meno a rischio.

Sui mutui variabili famiglie in difficoltà

Le insolvenze sui mutui crescono soprattutto nelle famiglie con i mutui a tasso variabile che sono stati particolarmente colpiti dall’aumento del costo del denaro portato dallo 0 al 4% in 11 mesi.

I mutui a tasso variabile sono destinati soprattutto all’acquisto di abitazioni e vale in totale circa 140 miliardi e rappresenta un terzo del totale di 425 miliardi erogati. Sul totale di 25,7 milioni di famiglie italiane, quelle che hanno un mutuo sono circa 3,5 milioni.

In totale sono 6,8 milioni di cittadini indebitati anche con altre forme di finanziamento, come il credito al consumo e i prestiti personali. Inoltre oggi ci troviamo di fronte ad una situazione raramente vista, cioè quella di trovare un tasso fisso più basso di quello variabile. Questo perchè il mercato sconta comunque la possibilità che già dai primi mesi del 2024 i tassi inizieranno a scendere.

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Rallentano i prestiti

Tra credito al consumo e prestiti personali, le banche hanno erogato 251,2 miliardi di euro di prestiti ai cittadini, in linea con i valori di fine 2017, ma in frenata rispetto alla tendenza degli ultimi mesi.

La ripartizione territoriale

Le regioni più colpite sono Lombardia e Lazio con un ammontare delle rate non pagate superiore ai 2 miliardi. Campania, Puglia e Basilicata, Sicilia e Veneto superano il miliardo. L’emilia Romagna, Piemonte, Valle D’Aosta e Toscana restano poco sotto il questa cifra. Più contenuto il valore delle somme non pagate nelle regioni più piccole come l’Umbria dove le rate non saldate ammontano a 226 milioni, la Liguria (361milioni) e la Calabria (418 milioni).

Sileoni: «Necessario un ripensamento della Bce»

L’auspicio del segretario generale della Fabi è quello di un «ripensamento della Banca centrale» sul già preannunciato aumento del tasso base di interesse che la Bce il 27 luglio 2023 intende aumentare al 4,25% (+0,25%). «Occorre che queste decisioni siano assunte con maggiore cautela», sottolinea ancora Sileoni. Bisogna mettere in atto una nuova politica monetaria che aiuti le famiglie a pagare i mutui.

Il rischio  concreto è quello di assistere da un lato ad un crollo del settore immobiliare e dall’altro ad una crisi del sistema bancario.

Lo sapevi che tantissimi italiani pagano il canone RAI anche avendo il diritto di non pagarlo? Molte persone non sono a conoscenza di poter rivolgersi all’Agenzia delle Entrate per ottenere l’esonero integrale dal pagamento del canone, sfruttando anche guide e tutorial che l’Ente mette a disposizione.

L’esenzione del canone Rai spetta agli anziani con più di 75 anni con un reddito inferiore a 8.000 euro, ai militari delle Forze Armate Italiane o quelli stranieri appartenenti alle Forze Nato, agli agenti diplomatici e consolari, nonché ai rivenditori e negozi in cui vengono riparate le TV.

Cos’è il canone RAI?

Il canone RAI è un’imposta dell’importo di circa 90 euro a carico dei titolari di un’utenza elettrica residenziale. È dovuto da chiunque abbia un apparecchio televisivo, si paga una sola volta all’anno e una sola volta a famiglia, a condizione che i familiari abbiano la residenza nella stessa abitazione.

Dal 2016, vige la presunzione di detenzione dell’apparecchio televisivo nel caso in cui esista un’utenza per la fornitura di energia elettrica nel luogo in cui una persona ha la propria residenza anagrafica. Il pagamento del canone è divenuto così obbligatorio in automatico per tutti coloro che hanno un contratto per la fornitura di energia elettrica. Poiché si tratta di un’imposta sulla detenzione dell’apparecchio, il canone deve essere pagato indipendentemente dall’uso del televisore o dalla scelta delle emittenti televisive.

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Chi deve pagarlo?

Tale imposta serve a sostenere il servizio pubblico radiotelevisivo nazionale. In caso di possesso di apparecchi radio o TV nei locali di un’attività commerciale, esiste anche il canone TV speciale, cioè per gli esercizi pubblici, che si paga, invece, mediante bollettino postale. Sempre dal 2016, anche i residenti all’estero devono pagare il canone se detengono un’abitazione in Italia dove è presente un apparecchio televisivo.

Chi invece non ha la TV o ha diritto all’esonero dal pagamento deve presentare una specifica richiesta all’Agenzia delle Entrate.

Chi può non pagare il canone RAI?

Quindi il canone RAI chi può non pagarlo? qui di seguito vediamo i soggetti che possono richiedere l’esenzione. Ne hanno diritto:

  • chi dichiara di non avere alcun televisore in casa. Il richiedente deve dimostrare di non avere apparecchi in nessuna delle abitazioni ad uso domestico residenziale in cui è attiva un’utenza elettrica a suo nome;
  • gli anziani con più di 75 anni con un reddito inferiore a 8.000 euro;
  • i militari delle Forze Armate Italiane: ospedali militari, Case del soldato e Sale convegno dei militari delle Forze armate. Ma, se un membro delle Forze Armate si trova in un appartamento privato situato all’interno di una struttura militare non è esonerato dal pagamento del canone. Previsto l’esonero anche per i militari di cittadinanza straniera appartenenti alle Forze Nato;
  • gli agenti diplomatici e consolari. Tale esonero vale solo per quei Paesi per cui è previsto lo stesso trattamento per i diplomatici italiani;
  • i rivenditori e negozi in cui vengono riparate TV, senza dover presentare alcuna richiesta.

Come presentare la richiesta di esenzione

I contribuenti titolari di un’utenza elettrica per uso domestico residenziale per non pagare il canone, possono dichiarare che in nessuna delle abitazioni dove è attivata l’utenza elettrica a loro intestata è presente un apparecchio TV, sia proprio che di un componente della loro famiglia anagrafica. La richiesta di esenzione deve essere compilata ed inviata attraverso questo modello.

Inoltre, con lo stesso modello, i contribuenti titolari di un’utenza elettrica per uso domestico residenziale possono certificare la non detenzione di un ulteriore apparecchio televisivo oltre a quello per cui è stata precedentemente presentata una denunzia di cessazione dell’abbonamento. Queste dichiarazioni sostitutive hanno validità annuale.

Per chi dichiara di non avere apparecchi TV o simili in casa, il modello di dichiarazione sostitutiva va presentato direttamente dal contribuente o dall’erede alternativamente tramite:

  • l’applicazione web sul sito internet dell’Agenzia delle Entrate accedendo tramite SPID, CIE o CNS;
  • gli intermediari abilitati.

Nei casi in cui non sia possibile l’invio telematico, il modello, insieme ad un valido documento di riconoscimento, può essere inviato, tramite raccomandata senza busta, all’indirizzo: Agenzia delle entrate – Direzione Provinciale I di Torino – Ufficio Canone TV – Casella postale 22 – 10121 Torino.

 

Il bonus carta spesa alimentare è ormai alle porte! A partire dal 18 luglio 1,3 milioni di famiglie riceveranno la Carta solidale. La tessera Poste Pay sarà caricata con 382,50 euro, da destinare all’acquisto di beni alimentari.

I tempi di erogazione prevedono che entro il 7 luglio verranno pubblicate nell’applicazione le graduatorie rielaborate per ciascun Comune; entro l’8 l’istituto di previdenza deve inviare le liste a Poste Italiane per le attività di competenza; entro il 15 luglio Poste Italiane deve restituire all’Inps le liste complete dei codici identificativi delle carte associate a ciascun beneficiario; entro il 18 vanno pubblicate nell’applicazione web le liste definitive e complete dei codici carte assegnati. A decorrere da quest’ultima data, scatta l’invio da parte dei Comuni delle comunicazioni ai beneficiari del contributo, contenenti le indicazioni per il ritiro delle carte presso gli uffici postali. Possiamo dire quindi che ormai l’attesa è finita e che per il bonus carta spesa alimentare ormai ci siamo davvero!

I 500 milioni stanziati dalla legge di bilancio

La legge di bilancio 2023 (legge 197/2022) ha istituito un fondo con una dotazione di 500 milioni di euro per il 2023, destinato all’acquisito di beni alimentari di prima necessità da parte dei soggetti in possesso di Isee non superiore a 15.000 euro. Un decreto successivo ha definito i criteri di individuazione dei beneficiari del contributo economico.

I beneficiari

I beneficiari del bonus carta spesa alimentare sono i cittadini appartenenti ai nuclei familiari, residenti nel territorio italiano, in possesso di iscrizione nell’Anagrafe della popolazione residente (Anagrafe comunale) e di una certificazione Isee, in corso di validità, con indicatore non superiore ai 15.000 euro annui. l contributo non spetta invece ai nuclei percettori di reddito di cittadinanza; reddito di inclusione; qualsiasi altra misura di inclusione sociale o sostegno alla povertà o in cui almeno uno dei componenti sia percettore di Assicurazione sociale per l’impiego – Naspi e Indennità mensile di disoccupazione per i collaboratori – DIS-COLL; Indennità di mobilità; Fondi di solidarietà per l’integrazione del reddito; Cassa integrazione guadagni-CIG; qualsivoglia differente forma di integrazione salariale o di sostegno nel caso di disoccupazione involontaria, erogata dallo Stato.

Ammontare del sostegno

La misura prevede un solo contributo economico per nucleo familiare di importo complessivo pari a 382,50 euro. La mancata effettuazione del primo pagamento entro il 15 settembre 2023 comporta la non fruibilità delle carte e la conseguente decadenza del beneficio. Il contributo è destinato all’acquisto dei soli beni alimentari di prima necessità (indicati nell’allegato 1 del decreto interministeriale), con esclusione di qualsiasi tipologia di bevanda alcolica, e può essere speso presso tutti gli esercizi commerciali che vendono generi alimentari, aderenti ad apposita convenzione.