Il sindacato dei lavoratori del settore pubblico tedesco ha concluso un importante accordo salariale con il governo, ponendo fine a una controversia di mesi che ha provocato numero scioperi e paralizzato i trasporti in Germania.

L’accordo, siglato il 22 aprile dal ministro dell’Interno Nancy Faeser e dal sindacato Ver.di (Vereinte Dienstleistungsgewerkschaft, Unione dei sindacati del settore dei servizi), si applicherà a circa 2,5 milioni di lavoratori del settore pubblico: ogni addetto riceverà 3mila euro esentasse da qui al febbraio 2024 quale contributo una tantum per compensare l’inflazione, ha spiegato il ministero in una nota. Il primo versamento di 1.240 avverrà a giugno. Da marzo 2024, gli stipendi aumenteranno di 200 euro al mese, e in una seconda fase ci sarà un aumento del 5,5 per cento. L’accordo avrà una durata di due anni.

Ver.di, il secondo sindacato più grande della Germania dopo l’IG Metall, forte di oltre due milioni di iscritti, puntava ad un incremento salariale del 10,5%, ed ha annunciato l’avvio di un sondaggio tra i suoi membri con la Commissione salari, che prenderà una decisione definitiva il 15 maggio prossimo. Con il via libera a questo accordo di compromesso “abbiamo raggiunto la nostra soglia del dolore”, ha spiegato il leader di Ver.di, Frank Werneke.

L’impennata del costo della vita quest’anno ha portato ad alcuni degli scioperi tedeschi più estesi e partecipati degli ultimi decenni. Nel corso del 2022 i prezzi al consumo in Germania sono aumentati del 9,6%, negli ultimi mesi in Germania si è avuto un considerevole calo dei prezzi al consumo dopo che la crisi energetica di questo inverno si è rivelata meno pesante del previsto, e i problemi della catena di approvvigionamento si sono attenuati. “Questo accordo porta un notevole sollievo ai dipendenti. I pagamenti esentasse appariranno rapidamente nei portafogli”, ha sottolineato il ministro dell’Interno Nancy Faeser.

Ed in Italia che si fa? quando i sindacati che dovrebbero stare al fianco dei lavoratori si siederanno al tavolo con il governo?

Ed aggiungo, l’aumento delle buste paga non può prescindere dal calo dell’imposizione fiscale, che, già avviata dal governo con il taglio del cuneo fiscale fino al 5%, deve continuare a scendere per far si che restino maggiori risorse nelle tasche degli italiani, per garantire una ripresa dei consumi ed una ripresa degli investimenti.

Famiglie italiane e animali domestici è sempre stato un connubbio presente nella storia italiana. Gli amici a quattro zampe hanno sin da sempre avuto un compito fondamentale che sia solo di compagnia o terapeutico come nel caso dei non vedenti. Secondo uno studio di Altroconsumo è emerso che sono circa 62 milioni gli animali a quattro zampe ospitati nelle case degli italiani.

Secondo una ricerca condotta da Eurispes nel 2022 mostra che il 44,7% degli italiani possiede un cane, mentre il 35,4% ha un gatto.

E in un periodo storico nel quale ogni costo ha subito un aumento importante, il governo aveva proposto, a dicembre 2022 un bonus che andava dai 150 euro ai 900 euro in base all’indicatore ISEE, per cercare di calmierare almeno in parte le spese veterinarie dei nostri amici animali. Analizzando le spese delle famiglie italiane, chi possiede un cane arriva a spendere circa 1.500 euro all’anno, di cui 340 euro sono per spese veterinarie. Per i gatti, invece, le spese sono inferiori: 1.200 euro annui, di cui 200 euro di spese mediche.

Durante la stesura della Legge di Bilancio 2023 era stato proposto un Bonus animali domestici che consisteva in un incentivo economico annuale di 150 euro, che poteva arrivare fino a 900 euro in base all’ISEE del richiedente e al numero di animali.

Tale aiuto prevedeva l’erogazione di 150 euro annuali per ciascun animale posseduto dalla famiglia, per un massimo di tre. Pertanto, l’incentivo poteva arrivare a 450 euro.

Il Bonus animale sarebbe potuto essere richiesto all’INPS da tutti coloro in possesso di un ISEE non superiore a 15.000 euro e in possesso di un animale domestico iscritto all’anagrafe.

Invece, per le famiglie con ISEE inferiore a 7.000 euro, l’importo sarebbe raddoppiato, passando da un minimo di 300 euro (per un animale) a un massimo di 900 euro. Purtroppo, però, per mancanza di fondi, in quanto ben 22 miliardi sono stati stanziati per  il bonus luce e gas, l’emendamento non è stato inserito nella manovra di bilancio. Ma il governo Meloni ha rassicurato le famiglie comunicando che tale aiuto riverrà proposto quando ci saranno le risorse necessarie alla copertura.

Ad oggi quindi l’unico aiuto resta la detrazione fiscale del 19% sulle spese veterinarie necessarie a garantire la buona salute degli animali a quattro zampe, cani o gatti.

Il limite di spesa su cui si può calcolare la detrazione è di 550 euro. Inoltre, si tratta di una soglia annuale, indipendentemente dal numero di animali posseduti e dalla quantità di spese sostenute.

Come funziona il Bonus animali domestici?

Trattandosi di una detrazione fiscale, il Bonus animali domestici viene ottenuto in fase di dichiarazione dei redditi, comunicando all’Agenzia delle Entrate tutte le spese veterinarie svolte per la cura del proprio animale a quattro zampe.

La soglia massima come già detto è pari a 550 euro, al cui interno è presente la franchigia minima di 129,11 euro. Questo significa che, se le spese sono inferiori a 129,11 euro, allora non è possibile ottenere il Bonus animali domestici.

La franchigia è un limite minimo sotto il quale il bonus non può essere calcolato. In altre parole, sotto questa cifra di spesa non è prevista alcuna detrazione. Pertanto, soltanto superando i 129,11 euro è possibile calcolare la detrazione del 19%.

Analizzando i  numeri, se una famiglia ha sostenuto 500 euro di spese veterinarie, allora deve sottrarre al totale la franchigia (500-129,11). Alla differenza ottenuta deve, quindi, calcolare il 19% che equivale al rimborso che potrà ottenere. Il risultato sarà quindi uguale a (500-129,11)x19%, ovvero 70,46 euro.

Bonus animali domestici spese detraibiliLa detrazione del 19% può essere calcolata solo per le spese veterinarie che riguardano:

  • visite specialistiche;
  • esami in laboratorio;
  • interventi di chirurgia;
  • acquisto di farmaci prescritti.

Bonus animali domestici: come richiederlo?

Bonus animali domestici come richiederloPer ottenere il Bonus animali domestici, le persone che sostengono le spese veterinarie devono indicarle nella loro dichiarazione dei redditi, tramite il modello della dichiarazione dei redditi.

Tale detrazione può essere richiesta dai cittadini italiani o con permesso di soggiorno, senza soglie di ISEE. Inoltre, una volta ottenuto il credito d’imposta, esso può essere utilizzato per compensare le imposte dovute.

Documenti necessari

documenti a sostegno delle spese veterinarie devono essere allegati alla dichiarazione dei redditi. In particolare, essi sono diversi a seconda che l’animale domestico sia un cane o un gatto.

Se si richiede il Bonus per un cane, quest’ultimo deve essere:

  • provvisto di microchip;
  • iscritto all’Anagrafe Canina, consultabile in questo link.

Invece, se il proprio animale è un gatto, non essendo obbligatorio il microchip, occorre dimostrare la proprietà con una ricevuta d’acquisto dell’animale.

Per accedere al Bonus Animali Domestici, le spese veterinarie devono essere riportate sulla dichiarazione dei redditi. Queste, inoltre, devono essere documentate da pagamenti tracciabili o verificati.

Infatti, i pagamenti per le spese sostenute devono essere:

  • tracciabili, cioè effettuati tramite bonifici bancari o postali, carte di debito, carte di credito, assegni bancari o circolari;
  • verificati per mezzo di una fattura fiscale (o ricevuta parlante). Questa deve riportare il codice fiscale dell’acquirente e la descrizione di ciò che è stato acquistato.

Nuovo bonus a sostegno dei dipendenti che hanno perso il lavoro e che si trovano in grave difficoltà economiche!

Il Sostegno al Reddito, chiamato anche bonus SaR 2023 o bonus disoccupati, è un’indennità fino a 1.000 euro per i lavoratori che hanno avuto contratti in somministrazione a tempo determinato o indeterminato, anche in apprendistato, e che ora sono disoccupati.

Chi può beneficiarne?

I beneficiari del bonus SaR 2023, o bonus disoccupati 1.000 euro, sono tutti i lavoratori precedentemente assunti con uno o più contratti in somministrazione a tempo determinato o indeterminato, anche in apprendistato, che ora si trovano in uno stato di disoccupazione.

Questo contratto prevede che il lavoratore sia assunto e retribuito dal somministratore per svolgere il proprio lavoro presso l’azienda o impresa dell’utilizzatore. Il contratto in somministrazione è un rapporto di lavoro che ha tre soggetti: l’agenzia per il lavoro (somministratore), il datore di lavoro (utilizzatore) e il lavoratore (somministrato).

Quali requisiti?

Per poter beneficiare del bonus in oggetto si deve essere in possesso di uno dei seguenti requisiti:

  1. essere disoccupati da almeno 45 giorni e aver maturato almeno 110 giorni di lavoro oppure 440 ore lavorate, in caso di part-time verticale, part-time misto e contratti con Monte Ore Garantito – MOG), negli ultimi 12 mesi dalla data dall’ultimo giorno effettivo di lavoro in somministrazione;
  2. essere disoccupati da almeno 45 giorni e aver concluso la procedura in mancanza di occasioni di lavoro;
  3. essere disoccupati da almeno 45 giorni e aver maturato almeno 90 giorni di lavoro (o 360 ore lavorate, in caso di part-time verticale, part-time misto e contratti con Monte Ore Garantito – MOG), negli ultimi 12 mesi dalla data dall’ultimo giorno effettivo di lavoro in somministrazione.

La domanda online del bonus SaR 2023 fino a 1.000 euro, o sostegno al reddito può essere presentata anche se già percepito precedentemente.

L’importo del bonus SAR 2023 è pari a:

  • 1.000 € al lordo delle imposte previste dalla legge, per chi ha i requisiti del punto 1 o 2;
  • 780 € al lordo delle imposte previste dalla legge, per chi ha i requisiti del punto 3.

Come e quando richiedere il Bonus SAR

Una volta che il beneficiario è disoccupato da almeno 45 giorni, deve attendere almeno altri 60 giorni prima di poter presentare la domanda di sostegno al reddito e, da quel momento, ne ha a disposizione altri 68 entro i quali inviarla.

La domanda, quindi, deve essere presentata tra il 106° e il 173° giorno successivo all’ultimo rapporto di lavoro in somministrazione.

Solo dopo aver maturato il requisito dei 45 giorni di disoccupazione, il beneficiario può sottoscrivere un nuovo contratto di lavoro senza perdere il diritto al bonus SaR 2023.

Tutti i documenti richiesti sono, se la domanda viene fatta tramite piattaforma FTWeb di Forma.temp, da allegare come foto o in formato PDF.

Inoltre, se il disoccupato sottoscrive un contratto di lavoro di durata pari o inferiore ad una settimana contributiva prima dei 45 giorni di disoccupazione, questi ultimi vengono sospesi a partire dal giorno di inizio del nuovo lavoro e:

  • ai fini del bonus vengono considerati sia i giorni di disoccupazione prima del nuovo contratto di lavoro che quelli dopo;
  • il periodo utile per presentare la domanda di sostegno al reddito verrà prolungato di altri 7 giorni (perciò, fino al 180° giorno successivo all’ultimo rapporto di lavoro in somministrazione).

Se ci sono eventi sospensivi del rapporto di lavoro, ad esempio per malattia, maternità o infortunio che si concludono dopo la cessazione dell’ultimo contratto in somministrazione, il giorno di inizio della disoccupazione è il giorno stesso in cui termina l’evento sospensivo.

Quali sono i documenti necessari

I documenti per la domanda online del bonus SaR 2023 sono:

  • documento d’identità del richiedente e codice fiscale;
  • copia delle buste paga dell’Agenzia per il Lavoro attestanti l’anzianità lavorativa e a conferma delle giornate svolte in somministrazione (110 o 90 giornate maturate negli ultimi 12 mesi). È obbligatoria tra le buste paga quella di cessazione;
  • estratto contributivo emesso dall’INPS dopo almeno 105 gg dalla cessazione dell’ultimo giorno di lavoro (emesso dal 106° giorno), attestante i 45 giorni di disoccupazione;
  • eventuali certificati di malattia, infortunio o maternità dove necessari. Qualora l’evento sospensivo termini dopo la data di cessazione dell’ultimo contratto in somministrazione, bisogna fornire la documentazione attestante la fine dell’evento;
  • documento con le coordinate bancarie “IBAN” e la titolarità del conto corrente bancario o postale del richiedente del sostegno al reddito. In caso di bonifico domiciliato, non è necessario questo documento (dal 1° marzo 2023, però, non sarà più previsto il bonifico domiciliato);
  • in caso di dimissioni volontarie per giusta causa: documentazione rilasciata dall’INPS attestante il riconoscimento della naspi.

Il taglio al cuneo fiscale da maggio 2023 sale al 4%. La misura è stata annunciata da parte del governo Meloni e prevede un ulteriore taglio progressivo delle tasse in busta paga, a partire dal prossimo maggio e fino a dicembre.

Ciò significa che cambiano ancora le buste paga dei lavoratori dipendenti. Ci saranno nuovi aumenti e una rinnovata riduzione della pressione fiscale. Ma di quanto? In questo articolo vediamo gli effetti in busta paga del nuovo taglio al cuneo fiscale da maggio a dicembre 2023.

Taglio al cuneo fiscale da maggio 2023: come funziona

Uno degli obiettivi dell’esecutivo Meloni è un progressivo taglio delle imposte sul lavoro del 5% nell’arco dell’intera legislatura. Si è partiti con una proroga del taglio al cuneo del 2 e 3% (già in vigore lo scorso anno e confermato nel 2023). Ma c’è di più: nel DEF 2023, sono stati accantonati 3 miliardi di euro per finanziare una ulteriore sforbiciata al cuneo fiscale per redditi medio-bassi.

Questo nuovo taglio partirà a maggio e durerà fino a fine anno. In sostanza da maggio a dicembre 2023 le buste paga dei dipendenti con redditi medi e bassi saliranno ancora un po’, per effetto di questa misura.

Ancora non si conosce la percentuale esatta di taglio che verrà attuata. Dobbiamo attendere il decreto ad hoc che arriverà a breve. Si parla però di un ulteriore punto percentuale rispetto a quanto attualmente in vigore. A maggio quindi si potrebbe arrivare ad un taglio complessivo del 4% al cuneo, stando a quanto annunciato da alcuni ministri del governo.

La ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone ha infatti annunciato un taglio di un altro punto percentuale sui contributi previdenziali a carico dei lavoratori dipendenti. Dovrebbe quindi confermarsi al 4% la riduzione del cuneo mentre l’impegno per l’arco della legislatura, ha ribadito Calderone, è di 5 punti totali. “Gireremo la maggior parte di questo intervento – ha spiegato Calderone nel corso di un evento organizzato da Fondimpresa – ancora una volta a sostegno delle famiglie e dei redditi da lavoro”.

Parole confermate dal viceministro all’Economia Maurizio Leo, che ha spiegato al Corriere come sarà effettuato l’intervento: “Il taglio del cuneo fiscale, da maggio, raddoppierà”.

Si andrà sempre per fascia di reddito. L’impatto in busta paga sarà quindi diverso da lavoratore a lavoratore, in base alla retribuzione percepita. Certo è che la misura andrà a favore dei redditi medio-bassi.

Taglio al cuneo fiscale da maggio: quali aumenti in busta paga

Come si traduce questo aumento? Come cambiano gli stipendi? Quali effetti ci saranno nelle buste paga. Vediamo alcune simulazioni di cosa potrà succedere a partire da maggi0 2023, se l’entità del taglio verrà confermata dal decreto in arrivo.

L’ultima manovra aveva ridotto del 3% i contributi sui redditi fino a 25 mila euro e del 2% quelli compresi tra 25 mila e 35 mila euro. Gli effetti sono stati piuttosto modesti:

  • per i redditi fino a 25 mila euro lordi si parla di un risparmio mensile di 41,15 euro (annuo di 493,85 euro),
  • Da 27.500 a 35 mila euro di reddito sono stati circa 30 euro in più in busta paga (360-390 l’anno).

Con il nuovo taglio al cuneo fiscale da maggio 2023 le cose migliorerebbero un po’. Ribadiamo che l’asticella precisa non la conosciamo ancora. Sappiamo che l’intervento cambierà in meglio le buste paga dei redditi medio-bassi. Potrebbe quindi trattarsi alternativamente:

  • o di una riduzione unica del 4% del cuneo per redditi fino a 35 mila euro;
  • oppure di una riduzione del 4% per redditi fino a 25mila euro e del 3% del cuneo per reddito da 25 mila euro a 35 mila euro.

L’effetto potrebbe tradursi in un effettivo raddoppio di quanto fatto fino ad oggi. L’aumento in busta paga da maggio a dicembre potrebbe valere 25-30 euro in più al mese (in media), a seconda del reddito.

La bozza del Decreto Lavoro 2023, che sarà discusso dalla Camera per poi ottenere l’approvazione definitiva contiene tantissime novità tra le quali l’aumento dell’importo dell’assegno unico per le famiglie mono genitoriali.

Stando a quanto previsto dalla bozza del Decreto Lavoro 2023, pare possibile estendere la maggiorazione di 30 euro prevista dal comma 8 dell’articolo 4 del DL n. 230/2021 anche a queste famiglie, nel rispetto di alcuni requisiti.

Ciò significa che è in arrivo un nuovo aumento sull’assegno unico, in particolare la maggiorazione di 30 euro prevista per i nuclei in cui entrambi i genitori sono titolari di reddito potrebbe estendersi anche alle famiglie mono genitoriali, qualora il secondo genitore sia deceduto.

Stando a quanto riportato nella relazione tecnica allegata al decreto, pare che tale maggiorazione possa andare a beneficio di almeno 80.000 nuclei familiari grazie all’estensione prevista dal Governo Meloni.

Assegno unico, nuovo aumento per le famiglie mono genitoriali: chi può beneficiarne

Come abbiamo visto, a differenza di altri aumenti, quest’ultima novità riguarda una platea ristretta di beneficiari, ovvero solo i nuclei familiari composti da un solo genitore, con figli a carico, qualora il secondo genitore risulti deceduto.

La maggiorazione di 30 euro spetta in misura piena solo in presenta di un ISEE inferiore a 15.000 euro, ovvero la soglia minima che consente di ottenere il massimo importo del bonus per i figli.

All’aumentare dell’ISEE familiare, infatti, si riduce proporzionalmente anche l’importo dell’assegno unico. la maggiorazione, infine, non viene riconosciuta ai nuclei che non hanno presentato l’ISEE, oppure alle famiglie che possiedono un ISEE superiore a 40.000 euro.

Assegno unico, nuovo simulatore e novità sui pagamenti

E mentre si attendono ulteriori novità, INPS ha lanciato il simulatore per calcolare l’importo dell’assegno unico, lo strumento è utilissimo per le famiglie che intendono scoprire in anticipo quanto prenderanno di bonus per i figli in base al proprio ISEE e ai propri requisiti.

Generalmente, gli importi variano da un minimo di 50 fino a 175 euro al mese, per soglie ISEE comprese tra 15.000 e 40.000 euro.

Sono poi previste delle maggiorazioni per i nuclei familiari numerosi, con quattro o più figli a carico; così come per le giovani madri, per i genitori lavoratori, e per le famiglie con figli di età inferiore a 3 anni.

INPS ha poi introdotto ulteriori novità sulle date di pagamento dell’assegno che cambiano come dal seguente schema: dal 10 al 20 del mese verranno pagati gli assegni che non hanno subito variazioni; dal 20 al 30 verranno pagati quelli con importi variati, oppure le nuove richieste pervenute all’istituto.

Come già annunciato sin dalla campagna elettorale, il governo Meloni è deciso a mettere fine al reddito di cittadinanza e  dal 1° settembre 2023 parte la riforma che prevede l’introduzione di tre misure alternative destinate a tre categorie di beneficiari differenti.

La prima, in ordine di introduzione, è Pal – Prestazione di accompagnamento al Lavoro – in arrivo da settembre per coloro che hanno sottoscritto il Patto per il lavoro. Successivamente arriveranno anche Il Gil e Il Gal.

Addio al Reddito di Cittadinanza: ecco le nuove misure

Il Governo Meloni ha già annunciato l’intenzione di voler sostituire il RDC con altri sostegni al reddito per le famiglie e i cittadini che si trovano in condizioni di difficoltà economica e disagio sociale.

Dal 1° gennaio 2024, quindi, sono in arrivo 3 nuove misure: Gil (Garanzia per l’inclusione), Gal (Garanzia per l’attivazione lavorativa) e – dal 1° settembre 2023 – Pal (Prestazione di accompagnamento al lavoro).

Ognuna di queste misure ha una platea di beneficiari e una serie di importi differenti in base alla categoria sociali che intende sostenere (individui occupabili, individui non occupabili, persone che si trovano sotto la soglia di povertà assoluta).

Vediamo nel dettaglio i requisiti, gli importi e come ottenere i nuovi aiuti sostitutivi al Reddito di Cittadinanza, in arrivo dal 2024.

Gil: come funziona e a chi spetta

La prima misura in arrivo dal 1° gennaio 2024 – come da indicazioni del Governo Meloni – è Gil, acronimo di Garanzia per l’inclusione, una misura alternativa al reddito di cittadinanza che spetta ai nuclei familiari consideranti non occupabili.

Chi può ottenere Gil, il nuovo Reddito di Cittadinanza del Governo Meloni? Sono tre le categorie di beneficiari che hanno diritto a questa nuova agevolazione: Famiglie al cui interno è presente una persona disabile; Famiglie al cui interno è presente almeno un minore; Famiglie in cui è presente alcune una persona ultra 60enne o una persona titolare di invalidità civile.

Per ottenere Gil occorre possedere un ISEE non superiore a 7.200 euro all’anno, e un valore del patrimonio immobiliare non superiore a 30.000 euro, e conti correnti con disponibilità non superiori a 10.000 euro.

Il nuovo sussidio in arrivo al posto del Reddito di Cittadinanza avrà un importo pari a 500 euro al mese e verrà corrisposto per 18 mesi, con possibilità di rinnovo per altri 12 mesi previa sospensione di un mese (come avviene ad oggi con il RdC).

L’importo del Gil può essere integrato anche dalla quota di affitto, pari a 280 euro entra ogni mese, fino a un massimo di 3.360 euro all’anno.

Pal: come funziona e a chi spetta

Un’altra misura approvata dal Governo Meloni e in arrivo a partire dal 1° settembre 2023 (riconosciuta fino al 31 dicembre 2023) è Pal, ovvero la Prestazione di accompagnamento al lavoro.

Questa misura, a differenza di Gil, spetta agli individui considerati occupabili e prevede la sottoscrizione di un Patto per il lavoro in modo da favorire le politiche attive, e permette di ricevere nuove offerte di lavoro o formazione utili per l’ingresso nel mercato del lavoro.

Possono ottenere Pal al posto del reddito di cittadinanza le famiglie al cui interno si trovano individui di età compresa tra 18 e 59 anni, considerati occupabili e alla ricerca di un nuovo lavoro. Si stima una platea di beneficiari pari a 213 mila persone per una spesa complessiva di 276 milioni di euro.

L’importo del nuovo Pal è unico, uguale per tutti, e pari a 350 euro al mese.

Gal, la nuova misura per le famiglie che si trovano in povertà assoluta

Infine, arriva anche Gal – Garanzia per l’attivazione lavorativa –, a partire dal 1° gennaio 2024, un’altra misura destinata alle famiglie al cui interno si trovano individui di età compresa tra 18 e 59 anni, ma che si trovano al di sotto della soglia di povertà assoluta.

Per richiedere e ottenere Gal, infatti, è necessario possedere alcuni requisiti:

  • ISEE non superiore a 6.000 euro all’anno;

  • Sottoscrizione del Patto per il lavoro entro 12 giorni dalla richiesta;

  • Adesione a un percorso di inserimento lavorativo.

Possono ottenere Gal tutti gli individui che non hanno i requisiti per ottenere Gal.

Sgravi per l’assunzione di giovani under 30

Nello stesso decreto redatto dal Governo – che introduce le tre misure alternative al RdC – sono stati inseriti anche nuovi incentivi assunzione per i giovani under 30: come funziona?

Le aziende che decideranno di assumere nel loro organico dei giovani con meno di 30 anno, con contratto a tempo indeterminato, avranno diritto a uno sgravio contributivo fino al 100%, ovvero fino a 8.000 euro all’anno per due anni.

Nel caso in cui l’assunzione avvenga con contratto a termine, invece, lo sgravio scende al 50%, fino a 4.000 euro all’anno, ma solo per 12 mesi.

Infine, è prevista anche un’agevolazione per l’apertura di attività autonome entro il primo anno dalla fruizione del beneficio: fino a 3.000 euro erogati in un’unica soluzione.

In arrivo la proroga della rottamazione quater. Allo studio del governo più tempo per presentare le domande e conseguentemente per versare la prima rata. Slitterà al 30 giugno rispetto al termine attuale del 30 aprile (che, però, per il gioco dei festivi slitta al 2 maggio) la data ultima per la presentazione delle richieste di adesione agevolata, che consente di saldare il debito per i carichi affidati alla riscossione dal 1° gennaio 2000 al 30 giugno 2022 con lo sconto di sanzioni, interessi e anche dell’aggio.

Due mesi in più di tempo per presentare le domande, quindi. La domanda di definizione agevolata delle cartelle  è solo telematica e si presenta in area libera o in area riservata (con accesso tramite Spid, Cie o Cns e tramite Entratel per gli intermediari abilitati) dal sito di agenzia delle Entrate Riscossione (Ader).

Le risposte dell’agenzia entro settembre

Questo spostamento al 30 giugno si porta dietro anche lo slittamento del termine entro cui proprio l’agente della riscossione deve comunicare poi ai contribuenti qual è l’importo effettivamente dovuto e come è articolato il piano dei versamenti in base al numero delle rate prescelte dal contribuente. In questo modo, la scadenza entro cui arriverà la comunicazione viene spostata al 30 settembre.

Unica rata entro il 31 ottobre

L’effetto domino dei rinvii farà spostare anche il termine del versamento della prima o unica rata. La scadenza non sarà più il 31 luglio ma il 31 ottobre, quindi dopo l’estate. Mentre resterà fermo sia il termine della seconda rata fissato al 30 novembre sia quelle successive che potranno estendersi fino a un massimo complessivo di 18 rate (l’ultima delle quali in scadenza il 30 novembre 2027).

E’ attiva da giovedì 20 aprile, la piattaforma per richiedere il bonus vista, contributo per l’acquisto di occhiali da vista e di lenti a contatto correttive. Il contributo è destinato ai cittadini con Isee non superiore ai 10mila euro. Il bonus vista può essere richiesto una sola volta per ogni membro del nucleo familiare al quale è riferito l’Isee e i cittadini potranno scegliere tra due modalità di accesso: un voucher del valore di 50 euro per ogni beneficiario, da spendere entro 30 giorni dall’emissione, e un rimborso di 50 euro per l’acquisto già effettuato di occhiali da vista o lenti correttive.

Il voucher viene emesso contestualmente alla domanda online ed è immediatamente spendibile in un’unica soluzione; mentre il rimborso, la cui istanza deve essere presentata entro il 3 luglio 2023, è ammissibile per gli acquisti effettuati dal 1° gennaio 2021 fino al 4 maggio 2023. Il contributo, che è stato introdotto dalla legge 30 dicembre 2020, n. 178, viene erogato su richiesta e fino ad esaurimento del finanziamento previsto dalla legge.

La domanda può essere presentata a partire dal 5 maggio accedendo alla piattaforma www.bonusvista.it. Per gli esercenti che vogliano registrare il proprio punto vendita la piattaforma è, invece, disponibile dal 20 aprile.

Un contributo una tantum di 50 euro per l’acquisto di occhiali da vista lenti a contatto correttive destinato a famiglie con reddito Isee annuale inferiore ai 10.000 euro. Dopo il via libera del Garante della privacy, arriva in Gazzetta ufficiale il decreto del ministero della Salute che definisce criteri, modalità e termini di erogazione del bonus vista.

Nel percorso di autenticazione tramite carta d’identità elettronica (Cie), Spid o carta nazionale dei servizi (Cns), l’utente inserirà nel sistema un set di informazioni imprescindibili: nome e cognome, codice fiscale, indirizzo mail e/o numero di telefono, eventuali dati anagrafici del familiare o dei familiari per cui fa domanda e, ovviamente, la dichiarazione Isee. Non finisce qui: in caso di rimborso, sarà necessario fornire gli estremi del documento di acquisto, una copia digitalizzata della fattura o dello scontrino e le coordinate Iban. Per il voucher, invece, basterà solo un documento di autocertificazione del reddito.

Modalità di assegnazione e scadenze

Una volta completati tutti gli step, sarà compito dell’Inps verificare l’aderenza dei candidati ai requisiti necessari. In caso di esito positivo, l’indennizzo sarà accreditato sul conto corrente del richiedente. Il buono, invece, verrà emesso in formato digitale con apposito Qr code e sarà disponibile nell’apposita area riservata. Non avrà durata illimitata: dovrà essere speso entro trenta giorni dalla data di emissione. Scaduto il termine, verrà automaticamente annullato e il beneficiario sarà obbligato a ripetere da zero la procedura per ottenerne uno nuovo (al netto della disponibilità). Quanto alla distribuzione, per gli acquisti effettuati dal 2021 al 2023, i bonus occhiali verranno assegnati in base all’ordine cronologico di arrivo delle domande fino ad esaurimento delle risorse disponibili annualmente.

Occhio all’elenco dei fornitori

Non tutti gli esercizi commerciali, tuttavia, accetteranno il voucher. Prima di lanciarsi a capofitto nello shopping, è bene consultare l’elenco di fornitori accreditati disponibile sulla piattaforma. Anche i commercianti intenzionati a aderire all’iniziativa, infatti, sono tenuti a seguire un iter preciso. Che prevede, a partire da fine gennaio, la registrazione sulla piattaforma (sempre via Cie, Spid o Cns) e la compilazione di un modulo con partita Iva, codice Ateco, denominazione e luoghi dove svolgono l’attività, la tipologia di beni offerti e venduti e una dichiarazione che li vincola ad accettare i buoni solo per gli acquisti previsti dalla norma. E, soprattutto, soltanto per uno dei prodotti consentiti. Una volta accettato, verrà loro riconosciuto un importo pari al buono validato.

Nell’ultimo aggiornamento delle previsioni macroeconomiche di State Street Global Advisors disponibilità, domanda e qualità del credito sembrano destinate a peggiorare d’ora in avanti.

Un aspetto positivo però è rappresentato dal fatto che l’indebolimento della domanda e l’inasprimento delle condizioni del credito dovrebbero contribuire all’accelerazione della disinflazione in corso, consentendo alle banche centrali di porre fine al ciclo di inasprimento della politica monetaria prima del previsto.

Nel corso del 2022 l’economia dell’Eurozona ha registrato un importante crescita del PIL che ha toccato il 3,5%, di gran lunga superiore a quella degli Stati Uniti. Un cuscinetto di surplus di risparmi, sussidi fiscali significativi per aiutare le famiglie a far fronte al caro energia ed il sostegno della domanda per il settore turistico hanno permesso alla spesa reale dei consumatori di crescere del 4,3% nel 2022 (il livello più elevato dal 2001), nonostante un tasso di inflazione superiore all’8%.

Altrettanto apprezzata è stata la forte crescita riportata dagli investimenti a reddito fisso che, secondo State Street Global Advisors, non solo rappresenta un fattore positivo per l’attuale fase di crescita, ma anche un possibile driver dell’aumento della produttività.

Il quadro appare invece molto meno roseo per il 2023. Come scrive State Street Global Advisors, “Il ritardato effetto negativo dell’elevata inflazione si traduce in una crescita ridotta della spesa per i consumi per quest’anno, anche se non prevediamo una contrazione totale. I flussi legati al turismo dovrebbero contribuire a limitare i danni. La spesa per gli investimenti subisce un rallentamento analogo: si tratta di un fenomeno su larga scala, ma senza una vera e propria contrazione in un particolare segmento dell’economia”.

Alla luce della resilienza dimostrata e degli ultimi dati, quello che sembrava un approccio ottimistico solo tre mesi fa oggi non lo sembra abbastanza: per questo motivo, scrive State Street Global Advisors, “abbiamo rivisto leggermente al rialzo le previsioni per il 2023, portandole a 0,7%, ancora lievemente al di sopra del consensus in rapida ascesa, tuttavia non più in modo significativo”.

Quali prospettive per l’inflazione

Anche se il peggio è passato, il tema dell’inflazione continua ad essere rilevante. “Stimiamo che l’inflazione headline rallenterà, passando dall’8,4% dell’anno scorso a circa il 5,5% per quest’anno, prima di subire una brusca decelerazione scendendo al di sotto del 3% nel 2024. Persistono le preoccupazioni legate ad una risposta tardiva alla spirale prezzi-salari, anche se finora gli accordi salariali che entreranno in vigore sono stati rassicuranti in tal senso” si legge nel report.

Le prossime mosse della BCE

Negli ultimi mesi, la Bce ha reagito in ritardo per combattere l’inflazione con manovre restrittive che si sono tradotte in un aumento dei tassi di 50 punti base a marzo, solo pochi giorni prima che le turbolenze del settore bancario si diffondessero in Europa. Secondo State Street Global Advisors, “Gli interventi di rialzo dei tassi non sembrano ancora essere giunti al termine ma ci siamo quasi“.

“Prevediamo un ulteriore incremento di 25 punti base entro la metà dell’anno, seguito da un lungo periodo in cui i tassi rimarranno invariati (a patto che le condizioni di mercato lo permettano). Si potrebbe ragionevolmente pensare che la Bce dovrebbe forse intervenire un po’ di più, ad esempio con ulteriori incrementi di 50 punti base, ma dati i rischi che si stanno diffondendo nel settore bancario, sembra più opportuno un approccio più cauto” conclude State Street Global Advisors.

Per incentivare l’aumento delle nascite, che nel lungo periodo potrebbe portare gravissimi problemi all’Italia sia economici che sociali, il governo propone un’idea che ha del CLAMOROSO! «Niente tasse per chi fa figli».Sarebbe proprio questo il punto centrale del dossier del ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti che recita: nuclei familiari composti da almeno due figli non pagheranno le tasse.

Sul breve termine come ha scritto lo stesso Giorgetti nel Def,  «il modo migliore per ridurre il rapporto debito/pil non può che essere quello di aumentare il flusso di immigrati che arrivano e restano». Sul lungo termine, invece, «per incentivare la natalità, sostiene ancora Giorgetti, la leva più forte non può che essere un’altra: proporre non semplici sgravi alle famiglie ma riduzioni del numero di tasse da pagare».

Anche il sottosegretario al ministero delle imprese Massimo Bitonci commenta le indiscrezioni sull’idea di Giancarlo Giorgetti di ridurre le tasse su chi fa figli. «La proposta del ministro dell’Economia è assolutamente condivisibile. Per incentivare la natalità diventa necessario ridurre la tassazione per le famiglie con uno o più figli a carico. Questo non significa abbandonare l’assegno unico ma, oltre a questo, si dovrebbe reintrodurre una detrazione di 10.000 euro l’anno per ogni figlio a carico (ora 950 euro fino ai 21 anni) fino al termine degli studi anche universitari, per tutti i nuclei senza limiti di redditi».

Stessa posizione in casa Lega per Massimo Garavaglia, senatore e presidente della commissione Finanze e Tesoro: «Ridurre le tasse a chi fa più figli: ci sembra la scelta migliore per tutelare la natalità e le famiglie. Una misura che si sommerebbe all’assegno unico, favorendo però i nuclei più numerosi»

«Ridurre la tassazione per le famiglie con uno o più figli a carico è un segnale di buon senso per contrastare il fenomeno della denatalità. Una proposta che la Lega, da sempre sensibile alla questione demografica, sostiene convintamente per garantire la tenuta sociale ed economica del Paese. Per noi, la questione demografica è prioritaria. Bene, dunque, il taglio consistente alle imposte sul reddito per sostenere i nuclei familiari e invertire la rotta dell’inverno demografico». Lo dichiarano in una nota i deputati Alberto Bagnai, Laura Cavandoli, Giulio Centemero e Alberto Gusmeroli, componenti della commissione Finanze alla Camera.

Più cauto il vice ministro dell’Economia Maurizio Leo: «Ora vedremo, le risorse dovranno essere individuate con la Nota di aggiornamento. Il primo passo si è fatto con il Def, si sono trovati i 3 miliardi che vengono messi a servizio della riduzione del cuneo e altri 4,5 miliardi per il 2024 che sono destinati al fondo per la riduzione della pressione fiscale». Così il vice ministro dell’Economia, Maurizio Leo, sul sostegno alla natalità («una delle priorità del Governo»), interpellato a Montecitorio. «Ora vedremo nella Nota di aggiornamento – ha ribadito – se riusciremo a trovare altre risorse da mettere al servizio soprattutto di interventi di riforma fiscale, tra cui anche la natalità».