Il 2022 è stato un anno caratterizzato dall’ascesa continua e senza freni dei prezzi al consumo, con tassi di crescita simile agli anni 90, che ha portato un inflazione a superare l’11% annuo.  Da questo aumento dei prezzi non nessun bene di prima necessità è rimasto immune, anzi sono proprio questi ultimi che hanno subito il maggiore rialzo facendo arrivare il costo della carrello della spesa a prezzi inaccessibili per tanti. Anche i beni di prima necessità dell’infanzia come pannolini, ciucci e passeggini sempre più cari. Prodotti che, essendo di prima necessità per le famiglie, impattano e non poco sui conti a fine mese: un pacco di pannolini lo scorso anno ha visto lievitare il prezzo del 13,6%, i prodotti alimentari per i neonati dell’11,4%, i passeggini costano addirittura il 30,4% in più. A fare i conti è DoveConviene, che nei primi tre mesi del 2023 registra un aumento del +44% dell’interesse delle famiglie verso queste categorie di prodotti.

Proprio in queste settimane nelle quali si parla tanto di tasso di natalità e di detrazioni per figli a carico, le prime mosse del governo devono essere orientate sia sul piano strutturale delle riforme sia sul controllo dei prezzi, essendo le spese dei bimbi una delle più “pesanti” nel bilancio familiare.

Il ministro Urso: a breve intervento su caro prodotti infanzia

Il Governo, al lavoro da mesi per il problema della natalità studia interventi strutturali, che diano nuova forza e nuovi incentivi alle famiglie per garantire una tranquillità economica che si tradurrà, nel lungo periodo ad una crescita demografica. «L’intervento che abbiamo fatto in queste ore sul caro pasta tra pochi giorni lo faremo sui prodotti dell’infanzia, su cui abbiamo tagliato l’Iva ma non tutto di questo è andato a beneficio davvero delle famiglie», ha assicurato il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, intervenuto agli Stati generali della natalità, riferendosi all’attività della Commissione di allerta rapida sui prezzi, riunitasi giovedì 11 maggio al Mimit per la prima volta. «Sono piccole ma grandi cose – ha osservato Urso – perché il controllo sui prezzi dei prodotti per l’infanzia e della pasta è importante per le famiglie».

Unc a Urso, per prodotti infanzia taglio Iva fallimento totale

La risposta dei consumatori non è delle più entusiaste «Siamo contenti che il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, annunci di voler intervenire nuovamente sui prodotti dell’infanzia, ma, visto il fallimento precedente, vorremmo sapere anche in che modo», ha replicato Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori. «Gli alimenti per bambini, ad esempio, che a gennaio avrebbero dovuto scendere di prezzo, sono aumentati dello 0,1% rispetto a dicembre 2022 e a febbraio addirittura del 2,7% sul mese precedente, mentre gli Articoli per l’igiene personale e il benessere, prodotti naturali, voce che include pannolini e assorbenti igienici a gennaio ha subito un rialzo mensile dello 0,4%», ha continuato Dona. Spesso ci si chiede se a beneficiare di tali aumenti siano soltanto i commercianti che eludono i vari tagli dell’iva diminuendo il prezzo finale in maniera meno che proporzionale al taglio, spesso addossando la colpa degli aumenti ai produttori ed alle tasse. Da qui Assoutenti ha fatto invece notare che «dal latte artificiale ai pannolini, passando per omogeneizzati e biberon, i prodotti dell’infanzia hanno raggiunto prezzi altissimi, spesso del tutto ingiustificati. Per questo – ha concluso il presidente Furio Truzzi – chiediamo oggi al Ministro, che bene ha fatto a mettere sotto i riflettori tale problema, di convocare formalmente Mister Prezzi e la Commissione di allerta rapida, sia per fare “luce” su tale mercato, sia perché, come nel caso della pasta, già solo l’annuncio di un focus da parte delle istituzioni contribuisce e frenare la crescita dei listini».

E’ stato approvato ulteriore aiuto economico sulle bollette luce e gas di importo pari ad €150, in modo da poter calmierare il costo delle utenze energetiche che risultano ancora in rialzo nei mesi di aprile e maggio.

Il bonus luce e gas in questione, comunicato già da qualche tempo, vale per i residenti nel comune di Roma, ci si auspica che anche altri comuni italiani stanzino risorse necessarie per la copertura parziale delle medesime spese.

Il bonus bollette di 150 euro, sarà quindi  riconosciuto esclusivamente ai cittadini intestatari di un’utenza di energia elettrica e che vivono nel territorio di Roma Capitale si configura come un’indennità una tantum.

Si tratta di un aiuto economico predisposto da parte del Comune di Roma, introdotto con l’obiettivo di andare a supportare le famiglie e i cittadini romani per contrastare il problema del caro energia.

Per questa misura, la Giunta di Roma Capitale ha fatto richiesta della predisposizione dell’Avviso Pubblico rivolto ai cittadini già durante la giornata del 28 aprile 2023.

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Dunque, il bonus bollette dal valore di 150 euro andrà ad integrarsi alle altre misure e ai diversi benefici riconosciuti nei confronti di tutti i cittadini italiani, per il pagamento delle utenze di energia elettrica.

Le risorse stanziate ammontano complessivamente a 5 milioni di euro.

Quali requisiti per il bonus bollette da 150 euro

A poter beneficiare del bonus bollette dal valore di 150 euro sono i cittadini che vivono nel territorio del Comune di Roma Capitale, che rispondono ai sottoelencati determinati requisiti:

  • iscrizione all’anagrafe comunale di Roma, indipendentemente dal Municipio;
  • intestazione di un’utenza di energia elettrica;

  • possesso di un’attestazione ISEE non superiore al limite di 25.000 euro.

Pr poter beneficiare del suddetto aiuto si attendono ancora maggiori dettagli sulle modalità di richiesta ed erogazione.

Il bonus caldaia è stato confermato anche nel 2023. Già negli anni scorsi centinaia di migliaia di famiglie hanno beneficiato del bonus sotto forma di detrazione per la sostituzione della vecchia caldaia con una nuova ad alte prestazioni energetiche. Come abbiamo detto, l’agevolazione consiste in una detrazione fiscale, spalmata su 10 anni, di importo variabile, che può essere del 50%65% o, se si rientra nel Superbonus, del 90% sulle spese effettuate per sostituire la vecchia caldaia. I lavori devono però essere fatti su un immobile già esistente, cioè non di nuova costruzione, dove sia già presente un impianto di riscaldamento.

Quali spese si possono detrarre

Si possono portare in detrazione sull’Irpef e sull’Ires le spese per l’acquisto della caldaia e dei materiali accessori, le spese inerenti lo smontaggio della vecchia caldaia, la messa in posa e l’installazione della nuova, eventuali opere murarie, sopralluoghi di tecnici.

Quanto si può detrarre

Se si sta ristrutturando l’immobile o se la vecchia caldaia è sostituita con un modello di almeno classe A, la detrazione spettante è del 50%. Si sale invece al 65% se la caldaia viene sostituita con un modello a condensazione di almeno classe A e se vengono installati strumenti di termoregolazione evoluti, come le valvole termostatiche e comandi remoti. Dal 2023, se si fanno degli interventi trainanti che migliorano di almeno due classi energetiche l’intero immobile, si può far rientrare la sostituzione della vecchia caldaia a condensazione con una di classe A nel Superbonus al 90%. Da ricordare, però, che se si tratta di abitazione unifamiliare si può accedere al Superbonus solo con quoziente familiare reddituale inferiore a 15mila euro.

Si precisa inoltre che negli anni 2021, 2022 e fino al 17 febbraio 2023 la detrazione fiscale poteva essere ceduta a terzi o direttamente al fornitore tramite lo sconto in fattura. Dal 17 febbraio però lo sconto in fattura e la cessione del credito non sono più consentiti, inoltre, la circolare Europea sulle case Green sembrerebbe aver messo a fine a tale agevolazione.

Possiamo quindi affermare che il 2023 sarà l’ultimo anno di esistenza del Bonus Caldaia e che mancano solo pochi mesi per poter usufruire della detrazione!

Passo dopo passo prende vita la nuova manovra fiscale, che si prefigge l’obiettivo di detassare i redditi sia per i dipendenti che per le partite Iva.

Dopo aver innalzato il limite del regime forfettario da 65.000 a 85.000 euro, il governo inizia a lavorare sui redditi dei dipendenti. Oltre al già annunciato taglio del cuneo fiscale fino al 5%, che porterà nelle tasche dei lavoratori in media 80 euro in più al mese, si pensa  anche a una flat tax sulle tredicesime a partire dal 2024.

Flat tax sulle tredicesime

La flat tax sulle tredicesime, e il relativo minor carico fiscale, è anche una mossa per stimolare l’economia: si punta infatti a dare maggiore liquidità ai lavoratori durante il periodo natalizio in cui le vendite aumentano. In programma anche la semplificazione dell’Irpef e il relativo passaggio da quattro a tre aliquote e per i lavoratori autonomi l’addio all’Irap.

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Sia per il taglio del cuneo fiscale che la flat tax per i dipendenti servono circa 20 miliardi di euro ed il governo è già a lavoro per cercare le coperture. Diversi miliardi dovrebbero arrivare dal taglio di alcuni bonus che negli anni si sono dimostrati improduttivi e dal maggior gettito fiscale che dovrebbe arrivare da una tassazione più equa. Inoltre il governo italiano esprime ottimismo ricordando i segnali positivi in arrivo dalle variabili macroeconomiche e dalla spinta alla crescita.

Nel frattempo però alla tredicesima del 2023 non si applica il nuovo taglio del cuneo fiscale previsto dal Decreto Lavoro.

Addio all’Irap

Un’altra intenzione del governo Meloni è quella di dire addio all’Irap (Imposta regionale sulle attività produttive), che sarà sostituita dalla “istituzione di una sovraimposta tale da assicurare un equivalente gettito fiscale atto a garantire il finanziamento del fabbisogno sanitario, nonché il finanziamento delle Regioni che presentano squilibri di bilancio sanitario ovvero che sono sottoposte a piani di rientro”. Così si legge nella bozza del disegno di legge delega sulla riforma fiscale.

Affitti e fringe benefit

Ulteriori spinte all’economia potrebbero arrivare con l’introduzione di una cedolare secca sui redditi da immobili non abitativi e l’aumento da 258 euro a un massimo di 3.000 euro per i fringe benefit elargiti dai datori di lavoro ai dipendenti.

Il 1° Maggio, giornata simbolo dei lavoratori, è stato approvato dal Consiglio dei ministri il decreto lavoro che ha introdotto uno speciale bonus una tantum rivolto ai lavoratori assunti con contratto a tempo determinato che non vengono stabilizzati dall’azienda.

Il Decreto lavoro si prefigge l’obiettivo di cambiare le regole per i contratti a tempo determinato rendendolo più semplice per le aziende prorogarli fino alla scadenza di 24 mesi.

Nel frattempo, per tutelare coloro che dopo un’esperienza di 24 mesi (o anche inferiore) non vengono confermati dall’azienda viene introdotto un apposito bonus del valore di 500 euro da corrispondere alla scadenza del rapporto di lavoro.

Con il Decreto lavoro approvato il 1 maggio il Consiglio dei ministri rivede le regole del decreto dignità emanato dal governo Conte,  favorendo la sottoscrizione di contratti a tempo determinato più lunghi, dando così alle aziende maggior tempo per valutare se stabilizzare l’assunzione.

Ciò avviene modificando le causali che consentono la prosecuzione del rapporto di lavoro dopo i 12 mesi. Nel dettaglio, viene stabilito che il rinnovo è consentito in presenza di una delle tre condizioni:

  • nei casi previsti dai contratti collettivi nazionali, territoriali o aziendali stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale e dai contratti collettivi aziendali stipulati dalle loro rappresentanze sindacali aziendali (rsa) ovvero dalla rappresentanza sindacale unitaria (rsu);
  • in assenza di un accordo collettivo di cui al precedente punto a), e comunque entro il 31 dicembre 2024, per esigenze tecniche, organizzative e produttive individuate dalle parti;
  • per sostituzione di altri lavoratori.

In presenza di uno dei succitati punti, quindi, il rapporto di lavoro può proseguire fino a 24 mensilità. Quindi viene dato sia al datore di lavoro che al dipendente, viene una maggiore autonomia nel valutare se e come proseguire il rapporto di lavoro dopo il termine di 12 mesi.

Caratteristiche del bonus

L’obiettivo è di fare in modo che l’azienda sia incentivata a tenere il lavoratore almeno un anno in più, così poi da poterlo stabilizzare, avendo valutato le proprie capacità. A tal proposito, dovrebbe essere previsto anche un “paracadute” per quei dipendenti che nonostante un rapporto di lavoro di 24 mesi non vengono poi confermati in azienda.

Nell’ultima bozza del Decreto lavoro è comparso questo bonus del valore massimo di 500 euro destinato dal lavoratore che al termine della durata del contratto a termine non viene assunto a tempo indeterminato. Bonus di cui molto probabilmente dovrà farsi carico dell’azienda, mentre lo Stato continuerà a finanziare la Naspi.

Ad avere diritto al bonus sarebbero anche i dipendenti a tempo determinato da un periodo inferiore ai 24 mesi. In tal caso, ossia se alla scadenza del contratto non ci sarà la trasformazione a tempo indeterminato, spetterà comunque un’indennità una tantum ma l’importo sarà commisurato alla durata del rapporto. È presumibile pensare, quindi, che se la scadenza avviene dopo 12 mesi l’importo dell’indennità sarà di 250 euro.

Con quasi cinque mesi di ritardo, finalmente è stato pubblicato il decreto attuativo che rende operativa la carta risparmio spesa 2023, che sarà disponibile solo dal mese di luglio.

Consiste in un’agevolazione destinata a tutte le famiglie che causa l’inflazione e l’aumento repentino ed eccezionale dei tassi di interesse, si trovano in grave disagio economico.

La carta risparmio spesa consente di ottenere più di 380 euro da spendere presso i punti vendita aderenti all’iniziativa per l’effettuazione della spesa alimentare e per l’acquisto di prodotti di prima necessità.

E’ stata introdotta dall’ultima Legge di Bilancio del Governo Meloni e finalmente nei giorni scorsi è stato emanato il decreto attuativo.

Mentre nel periodo di pandemia c’erano a disposizione numerosi buoni spesa erogati dai Comuni italiani, ad oggi sarà possibile richiedere la carta risparmio spesa per combattere l’inflazione e la crisi economica attuale.

Ma solo alcune famiglie hanno diritto a questa nuova agevolazione: la carta risparmio spesa spetta, in primis, alle famiglie con almeno tre componenti e che possiedano un reddito al di sotto della soglia fissata dal decreto attuativo. Se ci saranno risorse in eccesso, anche le famiglie con meno di tre componenti e con un reddito basso potranno ottenere questo nuovo incentivo.

Come riporta il decreto attuativo firmato dai ministri competenti – e in attesa di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale – sono due i requisiti fondamentali da soddisfare per ottenere la carta risparmio spesa:

  • l’iscrizione di tutti i componenti del nucleo familiare presso l’Anagrafe della Popolazione Residente;

  • il possesso di un ISEE non superiore a 15.000 euro all’anno.

L’erogazione della carta risparmia spesa avverrà dai Comuni – così come avveniva per i buoni spesa – e la suddivisione delle risorse a disposizione seguirà due direttrici:

  • da un lato il numero dei residenti presso il Comune stesso,

  • dall’altro lato il rapporto tra reddito pro capite medio nazionale e quello del Comune medesimo.

Stando a quanto riporta il decreto attuativo, pare che la carta risparmio spesa non possa essere erogata a coloro che sono titolari di altre forme di sostegno al reddito quali: Reddito di Cittadinanza, CIG, Naspi o DIS-COLL, Indennità di Mobilità, Fondo di solidarietà per l’integrazione al reddito, o qualsiasi altra forma di integrazione salariale.

A disposizione dei cittadini ci sono 500 milioni di euro, che saranno distribuiti con 1.300.000 Postepay ciascuna con importo pari a 382,50 euro.

Ciò significa che ciascuna famiglia beneficiaria potrà ottenere più di 380 euro da spendere presso i punti vendita aderenti all’iniziativa, esclusivamente per l’acquisto di generi alimentari e prodotti di prima necessità.

La priorità nell’assegnazione della carta risparmio spesa seguirà alcuni criteri:

  • famiglia con almeno 3 componenti – di cui uno nati entro il 31 dicembre 2009 – e con un ISEE inferiore a 15.000 euro all’anno;

  • famiglia con almeno 3 componenti – di cui uno nati entro il 31 dicembre 2005 – e con un ISEE inferiore a 15.000 euro all’anno;

  • famiglie composte da non meno di 3 componenti e con un ISEE inferiore a 15.000 euro all’anno.

Se vi saranno ulteriori risorse a disposizione si potrà procedere con l’erogazione delle carte anche ai nuclei familiari composti da meno di tre persone.

A partire dal mese di luglio 2023, le famiglie aventi diritto riceveranno la carta risparmio spesa direttamente a casa, sotto forma di carta Postepay: il primo pagamento da parte dei beneficiari, per non perdere l’agevolazione, deve essere effettuato entro il 15 settembre 2023.

Si potrà quindi recarsi presso i punti vendita aderenti all’interno del proprio Comune – l’apposita lista dovrà essere pubblicata sul sito web dell’amministrazione comunale – per acquistare beni di prima necessità, esclusi gli alcolici.

Il beneficio spetta una tantum, ovvero una sola volta per ciascuna famiglia senza necessità di inviare alcune richiesta per avere il beneficio.

Non occorre presentare alcuna domanda per ottenere la carta risparmio spesa: grazie a uno scambio di informazioni e dati tra INPS e i Comuni di residenza, le famiglie riceveranno direttamente a casa la carta risparmio spesa, qualora ne abbiamo diritto.

Per poter ottenere la carta, però, occorre richiedere la DSU ai fini del calcolo dell’ISEE: solo così l’Istituto sarà in grado di definire quali sono i nuclei familiari beneficiari di questa nuova agevolazione.

Il sindacato dei lavoratori del settore pubblico tedesco ha concluso un importante accordo salariale con il governo, ponendo fine a una controversia di mesi che ha provocato numero scioperi e paralizzato i trasporti in Germania.

L’accordo, siglato il 22 aprile dal ministro dell’Interno Nancy Faeser e dal sindacato Ver.di (Vereinte Dienstleistungsgewerkschaft, Unione dei sindacati del settore dei servizi), si applicherà a circa 2,5 milioni di lavoratori del settore pubblico: ogni addetto riceverà 3mila euro esentasse da qui al febbraio 2024 quale contributo una tantum per compensare l’inflazione, ha spiegato il ministero in una nota. Il primo versamento di 1.240 avverrà a giugno. Da marzo 2024, gli stipendi aumenteranno di 200 euro al mese, e in una seconda fase ci sarà un aumento del 5,5 per cento. L’accordo avrà una durata di due anni.

Ver.di, il secondo sindacato più grande della Germania dopo l’IG Metall, forte di oltre due milioni di iscritti, puntava ad un incremento salariale del 10,5%, ed ha annunciato l’avvio di un sondaggio tra i suoi membri con la Commissione salari, che prenderà una decisione definitiva il 15 maggio prossimo. Con il via libera a questo accordo di compromesso “abbiamo raggiunto la nostra soglia del dolore”, ha spiegato il leader di Ver.di, Frank Werneke.

L’impennata del costo della vita quest’anno ha portato ad alcuni degli scioperi tedeschi più estesi e partecipati degli ultimi decenni. Nel corso del 2022 i prezzi al consumo in Germania sono aumentati del 9,6%, negli ultimi mesi in Germania si è avuto un considerevole calo dei prezzi al consumo dopo che la crisi energetica di questo inverno si è rivelata meno pesante del previsto, e i problemi della catena di approvvigionamento si sono attenuati. “Questo accordo porta un notevole sollievo ai dipendenti. I pagamenti esentasse appariranno rapidamente nei portafogli”, ha sottolineato il ministro dell’Interno Nancy Faeser.

Ed in Italia che si fa? quando i sindacati che dovrebbero stare al fianco dei lavoratori si siederanno al tavolo con il governo?

Ed aggiungo, l’aumento delle buste paga non può prescindere dal calo dell’imposizione fiscale, che, già avviata dal governo con il taglio del cuneo fiscale fino al 5%, deve continuare a scendere per far si che restino maggiori risorse nelle tasche degli italiani, per garantire una ripresa dei consumi ed una ripresa degli investimenti.

Famiglie italiane e animali domestici è sempre stato un connubbio presente nella storia italiana. Gli amici a quattro zampe hanno sin da sempre avuto un compito fondamentale che sia solo di compagnia o terapeutico come nel caso dei non vedenti. Secondo uno studio di Altroconsumo è emerso che sono circa 62 milioni gli animali a quattro zampe ospitati nelle case degli italiani.

Secondo una ricerca condotta da Eurispes nel 2022 mostra che il 44,7% degli italiani possiede un cane, mentre il 35,4% ha un gatto.

E in un periodo storico nel quale ogni costo ha subito un aumento importante, il governo aveva proposto, a dicembre 2022 un bonus che andava dai 150 euro ai 900 euro in base all’indicatore ISEE, per cercare di calmierare almeno in parte le spese veterinarie dei nostri amici animali. Analizzando le spese delle famiglie italiane, chi possiede un cane arriva a spendere circa 1.500 euro all’anno, di cui 340 euro sono per spese veterinarie. Per i gatti, invece, le spese sono inferiori: 1.200 euro annui, di cui 200 euro di spese mediche.

Durante la stesura della Legge di Bilancio 2023 era stato proposto un Bonus animali domestici che consisteva in un incentivo economico annuale di 150 euro, che poteva arrivare fino a 900 euro in base all’ISEE del richiedente e al numero di animali.

Tale aiuto prevedeva l’erogazione di 150 euro annuali per ciascun animale posseduto dalla famiglia, per un massimo di tre. Pertanto, l’incentivo poteva arrivare a 450 euro.

Il Bonus animale sarebbe potuto essere richiesto all’INPS da tutti coloro in possesso di un ISEE non superiore a 15.000 euro e in possesso di un animale domestico iscritto all’anagrafe.

Invece, per le famiglie con ISEE inferiore a 7.000 euro, l’importo sarebbe raddoppiato, passando da un minimo di 300 euro (per un animale) a un massimo di 900 euro. Purtroppo, però, per mancanza di fondi, in quanto ben 22 miliardi sono stati stanziati per  il bonus luce e gas, l’emendamento non è stato inserito nella manovra di bilancio. Ma il governo Meloni ha rassicurato le famiglie comunicando che tale aiuto riverrà proposto quando ci saranno le risorse necessarie alla copertura.

Ad oggi quindi l’unico aiuto resta la detrazione fiscale del 19% sulle spese veterinarie necessarie a garantire la buona salute degli animali a quattro zampe, cani o gatti.

Il limite di spesa su cui si può calcolare la detrazione è di 550 euro. Inoltre, si tratta di una soglia annuale, indipendentemente dal numero di animali posseduti e dalla quantità di spese sostenute.

Come funziona il Bonus animali domestici?

Trattandosi di una detrazione fiscale, il Bonus animali domestici viene ottenuto in fase di dichiarazione dei redditi, comunicando all’Agenzia delle Entrate tutte le spese veterinarie svolte per la cura del proprio animale a quattro zampe.

La soglia massima come già detto è pari a 550 euro, al cui interno è presente la franchigia minima di 129,11 euro. Questo significa che, se le spese sono inferiori a 129,11 euro, allora non è possibile ottenere il Bonus animali domestici.

La franchigia è un limite minimo sotto il quale il bonus non può essere calcolato. In altre parole, sotto questa cifra di spesa non è prevista alcuna detrazione. Pertanto, soltanto superando i 129,11 euro è possibile calcolare la detrazione del 19%.

Analizzando i  numeri, se una famiglia ha sostenuto 500 euro di spese veterinarie, allora deve sottrarre al totale la franchigia (500-129,11). Alla differenza ottenuta deve, quindi, calcolare il 19% che equivale al rimborso che potrà ottenere. Il risultato sarà quindi uguale a (500-129,11)x19%, ovvero 70,46 euro.

Bonus animali domestici spese detraibiliLa detrazione del 19% può essere calcolata solo per le spese veterinarie che riguardano:

  • visite specialistiche;
  • esami in laboratorio;
  • interventi di chirurgia;
  • acquisto di farmaci prescritti.

Bonus animali domestici: come richiederlo?

Bonus animali domestici come richiederloPer ottenere il Bonus animali domestici, le persone che sostengono le spese veterinarie devono indicarle nella loro dichiarazione dei redditi, tramite il modello della dichiarazione dei redditi.

Tale detrazione può essere richiesta dai cittadini italiani o con permesso di soggiorno, senza soglie di ISEE. Inoltre, una volta ottenuto il credito d’imposta, esso può essere utilizzato per compensare le imposte dovute.

Documenti necessari

documenti a sostegno delle spese veterinarie devono essere allegati alla dichiarazione dei redditi. In particolare, essi sono diversi a seconda che l’animale domestico sia un cane o un gatto.

Se si richiede il Bonus per un cane, quest’ultimo deve essere:

  • provvisto di microchip;
  • iscritto all’Anagrafe Canina, consultabile in questo link.

Invece, se il proprio animale è un gatto, non essendo obbligatorio il microchip, occorre dimostrare la proprietà con una ricevuta d’acquisto dell’animale.

Per accedere al Bonus Animali Domestici, le spese veterinarie devono essere riportate sulla dichiarazione dei redditi. Queste, inoltre, devono essere documentate da pagamenti tracciabili o verificati.

Infatti, i pagamenti per le spese sostenute devono essere:

  • tracciabili, cioè effettuati tramite bonifici bancari o postali, carte di debito, carte di credito, assegni bancari o circolari;
  • verificati per mezzo di una fattura fiscale (o ricevuta parlante). Questa deve riportare il codice fiscale dell’acquirente e la descrizione di ciò che è stato acquistato.

Nuovo bonus a sostegno dei dipendenti che hanno perso il lavoro e che si trovano in grave difficoltà economiche!

Il Sostegno al Reddito, chiamato anche bonus SaR 2023 o bonus disoccupati, è un’indennità fino a 1.000 euro per i lavoratori che hanno avuto contratti in somministrazione a tempo determinato o indeterminato, anche in apprendistato, e che ora sono disoccupati.

Chi può beneficiarne?

I beneficiari del bonus SaR 2023, o bonus disoccupati 1.000 euro, sono tutti i lavoratori precedentemente assunti con uno o più contratti in somministrazione a tempo determinato o indeterminato, anche in apprendistato, che ora si trovano in uno stato di disoccupazione.

Questo contratto prevede che il lavoratore sia assunto e retribuito dal somministratore per svolgere il proprio lavoro presso l’azienda o impresa dell’utilizzatore. Il contratto in somministrazione è un rapporto di lavoro che ha tre soggetti: l’agenzia per il lavoro (somministratore), il datore di lavoro (utilizzatore) e il lavoratore (somministrato).

Quali requisiti?

Per poter beneficiare del bonus in oggetto si deve essere in possesso di uno dei seguenti requisiti:

  1. essere disoccupati da almeno 45 giorni e aver maturato almeno 110 giorni di lavoro oppure 440 ore lavorate, in caso di part-time verticale, part-time misto e contratti con Monte Ore Garantito – MOG), negli ultimi 12 mesi dalla data dall’ultimo giorno effettivo di lavoro in somministrazione;
  2. essere disoccupati da almeno 45 giorni e aver concluso la procedura in mancanza di occasioni di lavoro;
  3. essere disoccupati da almeno 45 giorni e aver maturato almeno 90 giorni di lavoro (o 360 ore lavorate, in caso di part-time verticale, part-time misto e contratti con Monte Ore Garantito – MOG), negli ultimi 12 mesi dalla data dall’ultimo giorno effettivo di lavoro in somministrazione.

La domanda online del bonus SaR 2023 fino a 1.000 euro, o sostegno al reddito può essere presentata anche se già percepito precedentemente.

L’importo del bonus SAR 2023 è pari a:

  • 1.000 € al lordo delle imposte previste dalla legge, per chi ha i requisiti del punto 1 o 2;
  • 780 € al lordo delle imposte previste dalla legge, per chi ha i requisiti del punto 3.

Come e quando richiedere il Bonus SAR

Una volta che il beneficiario è disoccupato da almeno 45 giorni, deve attendere almeno altri 60 giorni prima di poter presentare la domanda di sostegno al reddito e, da quel momento, ne ha a disposizione altri 68 entro i quali inviarla.

La domanda, quindi, deve essere presentata tra il 106° e il 173° giorno successivo all’ultimo rapporto di lavoro in somministrazione.

Solo dopo aver maturato il requisito dei 45 giorni di disoccupazione, il beneficiario può sottoscrivere un nuovo contratto di lavoro senza perdere il diritto al bonus SaR 2023.

Tutti i documenti richiesti sono, se la domanda viene fatta tramite piattaforma FTWeb di Forma.temp, da allegare come foto o in formato PDF.

Inoltre, se il disoccupato sottoscrive un contratto di lavoro di durata pari o inferiore ad una settimana contributiva prima dei 45 giorni di disoccupazione, questi ultimi vengono sospesi a partire dal giorno di inizio del nuovo lavoro e:

  • ai fini del bonus vengono considerati sia i giorni di disoccupazione prima del nuovo contratto di lavoro che quelli dopo;
  • il periodo utile per presentare la domanda di sostegno al reddito verrà prolungato di altri 7 giorni (perciò, fino al 180° giorno successivo all’ultimo rapporto di lavoro in somministrazione).

Se ci sono eventi sospensivi del rapporto di lavoro, ad esempio per malattia, maternità o infortunio che si concludono dopo la cessazione dell’ultimo contratto in somministrazione, il giorno di inizio della disoccupazione è il giorno stesso in cui termina l’evento sospensivo.

Quali sono i documenti necessari

I documenti per la domanda online del bonus SaR 2023 sono:

  • documento d’identità del richiedente e codice fiscale;
  • copia delle buste paga dell’Agenzia per il Lavoro attestanti l’anzianità lavorativa e a conferma delle giornate svolte in somministrazione (110 o 90 giornate maturate negli ultimi 12 mesi). È obbligatoria tra le buste paga quella di cessazione;
  • estratto contributivo emesso dall’INPS dopo almeno 105 gg dalla cessazione dell’ultimo giorno di lavoro (emesso dal 106° giorno), attestante i 45 giorni di disoccupazione;
  • eventuali certificati di malattia, infortunio o maternità dove necessari. Qualora l’evento sospensivo termini dopo la data di cessazione dell’ultimo contratto in somministrazione, bisogna fornire la documentazione attestante la fine dell’evento;
  • documento con le coordinate bancarie “IBAN” e la titolarità del conto corrente bancario o postale del richiedente del sostegno al reddito. In caso di bonifico domiciliato, non è necessario questo documento (dal 1° marzo 2023, però, non sarà più previsto il bonifico domiciliato);
  • in caso di dimissioni volontarie per giusta causa: documentazione rilasciata dall’INPS attestante il riconoscimento della naspi.

Il taglio al cuneo fiscale da maggio 2023 sale al 4%. La misura è stata annunciata da parte del governo Meloni e prevede un ulteriore taglio progressivo delle tasse in busta paga, a partire dal prossimo maggio e fino a dicembre.

Ciò significa che cambiano ancora le buste paga dei lavoratori dipendenti. Ci saranno nuovi aumenti e una rinnovata riduzione della pressione fiscale. Ma di quanto? In questo articolo vediamo gli effetti in busta paga del nuovo taglio al cuneo fiscale da maggio a dicembre 2023.

Taglio al cuneo fiscale da maggio 2023: come funziona

Uno degli obiettivi dell’esecutivo Meloni è un progressivo taglio delle imposte sul lavoro del 5% nell’arco dell’intera legislatura. Si è partiti con una proroga del taglio al cuneo del 2 e 3% (già in vigore lo scorso anno e confermato nel 2023). Ma c’è di più: nel DEF 2023, sono stati accantonati 3 miliardi di euro per finanziare una ulteriore sforbiciata al cuneo fiscale per redditi medio-bassi.

Questo nuovo taglio partirà a maggio e durerà fino a fine anno. In sostanza da maggio a dicembre 2023 le buste paga dei dipendenti con redditi medi e bassi saliranno ancora un po’, per effetto di questa misura.

Ancora non si conosce la percentuale esatta di taglio che verrà attuata. Dobbiamo attendere il decreto ad hoc che arriverà a breve. Si parla però di un ulteriore punto percentuale rispetto a quanto attualmente in vigore. A maggio quindi si potrebbe arrivare ad un taglio complessivo del 4% al cuneo, stando a quanto annunciato da alcuni ministri del governo.

La ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone ha infatti annunciato un taglio di un altro punto percentuale sui contributi previdenziali a carico dei lavoratori dipendenti. Dovrebbe quindi confermarsi al 4% la riduzione del cuneo mentre l’impegno per l’arco della legislatura, ha ribadito Calderone, è di 5 punti totali. “Gireremo la maggior parte di questo intervento – ha spiegato Calderone nel corso di un evento organizzato da Fondimpresa – ancora una volta a sostegno delle famiglie e dei redditi da lavoro”.

Parole confermate dal viceministro all’Economia Maurizio Leo, che ha spiegato al Corriere come sarà effettuato l’intervento: “Il taglio del cuneo fiscale, da maggio, raddoppierà”.

Si andrà sempre per fascia di reddito. L’impatto in busta paga sarà quindi diverso da lavoratore a lavoratore, in base alla retribuzione percepita. Certo è che la misura andrà a favore dei redditi medio-bassi.

Taglio al cuneo fiscale da maggio: quali aumenti in busta paga

Come si traduce questo aumento? Come cambiano gli stipendi? Quali effetti ci saranno nelle buste paga. Vediamo alcune simulazioni di cosa potrà succedere a partire da maggi0 2023, se l’entità del taglio verrà confermata dal decreto in arrivo.

L’ultima manovra aveva ridotto del 3% i contributi sui redditi fino a 25 mila euro e del 2% quelli compresi tra 25 mila e 35 mila euro. Gli effetti sono stati piuttosto modesti:

  • per i redditi fino a 25 mila euro lordi si parla di un risparmio mensile di 41,15 euro (annuo di 493,85 euro),
  • Da 27.500 a 35 mila euro di reddito sono stati circa 30 euro in più in busta paga (360-390 l’anno).

Con il nuovo taglio al cuneo fiscale da maggio 2023 le cose migliorerebbero un po’. Ribadiamo che l’asticella precisa non la conosciamo ancora. Sappiamo che l’intervento cambierà in meglio le buste paga dei redditi medio-bassi. Potrebbe quindi trattarsi alternativamente:

  • o di una riduzione unica del 4% del cuneo per redditi fino a 35 mila euro;
  • oppure di una riduzione del 4% per redditi fino a 25mila euro e del 3% del cuneo per reddito da 25 mila euro a 35 mila euro.

L’effetto potrebbe tradursi in un effettivo raddoppio di quanto fatto fino ad oggi. L’aumento in busta paga da maggio a dicembre potrebbe valere 25-30 euro in più al mese (in media), a seconda del reddito.